di M.T.
Negli ultimi mesi l’Australia è diventata il primo paese al mondo a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni, con l’obiettivo di tutelare la salute mentale e il benessere dei più giovani. La legge, chiamata Online safety amendment (Social media minimum age) Act 2024, è stata approvata dal Parlamento australiano il 29 novembre 2024 e le nuove regole sono entrate in vigore il 10 dicembre 2025. Essa impone alle piattaforme di impedire ai minorenni di registrare o mantenere account, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani per chi non si adegua.
I dati più recenti – raccolti da una società che monitora software di controllo parentale e forniti alla stampa internazionale – indicano che due mesi dopo l’entrata in vigore del divieto oltre il 20% dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni continua a usare social come TikTok e Snapchat. In particolare l’uso di Snapchat tra i 13‑15enni è sceso di quasi 14 punti percentuali, al 20,3%, rispetto ai livelli precedenti; TikTok è stato utilizzato dal 21,2% della stessa fascia d’età; anche YouTube registra un leggero calo, ma rimane usato attorno al 36,9%, soprattutto perché non richiede necessariamente l’accesso a un account per guardare video.
I dati suggeriscono quindi che il divieto ha ridotto l’uso dei social tra i più giovani, ma non è riuscito ad eliminarlo. Una quota di adolescenti continua ad accedere ai contenuti, in parte perché le misure di verifica dell’età non sono perfette o perché si accede senza effettuare il login ufficiale.
Secondo il report, il calo è più significativo di quello legato ai normali cambi stagionali (come le vacanze scolastiche), ma alcune tendenze mostrano che dopo un periodo iniziale di diminuzione l’uso può iniziare a risalire lentamente. Un’altra preoccupazione era che i ragazzi potessero spostarsi verso piattaforme non regolamentate: i dati finora mostrano che non si è verificata una migrazione di massa verso servizi “dark” o sconosciuti, ma è stato registrato qualche aumento modesto dell’uso di app come WhatsApp.
Il governo australiano e alcune università stanno ancora conducendo studi per valutare a fondo l’impatto della legge, inclusi gli effetti su salute mentale, sviluppo sociale e dinamiche familiari. Per ora i risultati preliminari dicono che: il divieto riduce l’uso dei social tradizionali tra gli under‑16, ma non riesce a eliminarlo del tutto; la verifica dell’età resta una sfida tecnologica e pratica e l’efficacia complessiva dipenderà anche dalle politiche educative, dalle famiglie e dagli strumenti di controllo domestico.
In patria alcuni commentatori sottolineano che una legge da sola non basta, e che è necessario affiancare educazione digitale, tutela della privacy e dialogo familiare per influenzare davvero il rapporto dei giovani con le piattaforme.
In Italia il dibattito sul ruolo dei social media tra i giovani è sempre più acceso, non solo perché si seguono le mosse internazionali, ma anche per dati concreti sulla diffusione delle tecnologie tra le nuove generazioni. Secondo l’Atlante dell’infanzia, in Umbria quasi 8 adolescenti su 10 tra i 6 e i 17 anni si connettono a internet ogni giorno, e oltre il 73% dei ragazzi usa quotidianamente lo smartphone, percentuali più alte della media italiana. La frequentazione dei social network è quasi una regola tra i giovani umbri tra i 14 e i 20 anni, con piattaforme come TikTok e Instagram tra le più usate, rendendo il tema della sicurezza digitale, dell’uso consapevole e dei rischi per la salute psicologica di grande rilevanza anche sul nostro territorio. Sempre secondo dati regionali, una quota significativa di giovani umbri mostra un uso problematico dei social media (intorno al 12,5%, simile alla media nazionale), e l’età media di accesso è in costante diminuzione, con implicazioni di salute mentale e relazionale che vengono sempre più citate nelle discussioni pubbliche e scolastiche.
Il divieto australiano è un esperimento globale senza precedenti, che ha prodotto primi segnali concreti di diminuzione dell’uso dei social tra minorenni. Quello che è possibile dedurre in questa fase in cui i dati sono in evoluzione è che politiche legislative, tecnologie di controllo, educazione digitale e ruolo delle famiglie devono procedere insieme se l’obiettivo è proteggere davvero i ragazzi nel mondo digitale. Il caso australiano potrebbe influenzare future scelte anche in Europa e in Italia, dove il rapporto tra giovani e social media continua a essere un tema centrale per genitori, scuole e istituzioni.
