Concorso (Foto Umbria24)

di Ivano Porfiri

Parole di speranza ma anche volti segnati da tante delusioni. E’ la massa dei circa 2.800 giornalisti professionisti che si sono presentati alle 10.30 alle porte dei padiglioni 7,8 e 9 di Umbriafiere a Bastia per il “Concorsone” che ne selezionerà cento da inserire in graduatoria per un posto a tempo determinato alla Rai. Molti meno dei quasi 5 mila iscritti, una parte dei quali è stata probabilmente tagliata fuori dallo scarso preavviso (20 giorni a fronte di un’attesa di oltre un anno) e dalla sede non certo comodissima da raggiungere.

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Chi scrive era in fila con loro, tra i banchi con loro, con la stessa loro speranza. L’età media, a sentire gli organizzatori della ditta milanese Selexi (che si è aggiudicata la gara d’appalto), è sui 40 anni. Perfetta sintesi tra i giovani professionisti usciti da poco usciti dalle scuole, fabbriche moderne di giornalisti disoccupati, e parecchi ultra 50enni. Perché sei qui? «Perché sono precario», «perché ho perso il lavoro», «perché una chance in Rai alla mia età, dopo tanti anni di sudore per quattro spicci, penso di meritarmela», tra le risposte più comuni.

L’attesa crea fugaci amicizie, promesse di tenersi in contatto, fa ingannare il tempo per non pensare alle tante nozioni che non si ricordano e potrebbero “uscire”. «Cosa dice l’articolo 7 del contratto?». «Da chi è composta la Troika?». Meglio raccontare le proprie disavventure lavorative. Perché tra le cose in comune dei partecipanti ci sono quasi sempre un passato turbolento e l’incertezza per il proprio futuro. Sogno di posto fisso? Un’illusione che tanti hanno già perso tra ritenute d’acconto, cassa integrazione e chiusure di redazioni. Qualche barlume di stabilità, quella sì, l’agognano un po’ tutti.

Gli «in bocca al lupo» prima di iniziare scaldano come un pallido sole invernale i giornalisti chiusi in tre padiglioni infuocati, quelli sì, dal torrido sole di luglio. Poi arriva il momento delle buste. L’uomo corpulento con l’accento lombardo legge le ferree regole da seguire: inserire il proprio cellulare spento in una busta bianca, attaccare questo codice a barre qui e l’altro là. «Potete aprire la busta ma non leggete le domande». Si, vabbè. Quando il countdown dei 75 minuti inizia, cala il silenzio. Il quizzone è complicato, ognuno ha la sua strategia: io prima rispondo alle domande facili, copio le risposte sulla scheda su cui non sono ammesse sbavature e poi mi butto sulle tante che suscitano dubbi, lasciando in coda quelle totalmente oscure.

La fine è scandita dallo stop degli organizzatori, che subito ritirano la possibile arma del delitto: i pennarelli. Poi si riaccendono i telefoni, ci si alza e ci si saluta molto più di fretta di come si è arrivati. Chi va su internet per vedere quante ne ha azzeccate e quante sbagliate, chi si butta a caccia di passaggi per Napoli o Milano, Bari o Torino. Tanti di corsa per andare al lavoro. Quello di tutti i giorni, precario e instabile, a 5 euro al pezzo, che non permette nemmeno un attimo di stop se non vuoi risentirne a fine mese.

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