Un momento della protesta di fronte alla sede di Roma

«Come precari siamo stanchi di sentirci usati, senza alcuna prospettiva concreta, pronti solo a essere messi alla porta, da qui ai prossimi mesi. La nostra non è una sola forma di protesta, ma soprattutto una modalità per richiamare l’attenzione politica del paese su un tema centrale e fondamentale allo sviluppo e la crescita sociale, economica, civile, dell’Italia». Così i precari del Cnr – il Consiglio nazionale delle ricerche – che dal 28 novembre ormai sono in assemblea permanente nella sede centrale di Roma.

La protesta Una protesta alla quale prendono parte anche i precari della sede umbra e che nasce dalla necessità di trovare una soluzione per i 4mila precari del più grande ente di ricerca italiano: «Attualmente – scrivono i ricercatori a tempo – il personale precario impiegato conta circa 1.000 tempi determinati, 2.800 assegnisti e 300 borsisti. Con i calcoli da piano di fabbisogno e con il futuro blocco del turnover al 75 per cento, il numero dei posti messi a concorso rischia di essere del tutto insufficiente rispetto a queste cifre».

L’assemblea All’assemblea nazionale che si è tenuta il 28 (indetta dalla Flc Cgil, dalla Uil Scuola Rua e dal movimento Precari uniti) oltre a molti lavoratori ha partecipato anche la presidente del Cnr, l’ex ministra Maria Chiara Carrozza, alla quale è stato chiesto un percorso che porti alla stabilizzazione: «La presidente, dopo un’iniziale e fugace incontro avvenuto presso l’atrio del Cnr con sindacati e una rappresentanza dei precari e solo dopo sollecita richiesta del personale precario – scrivono Cgil e Uil – è intervenuta brevemente in assemblea, comunicando che è in corso la ricognizione del personale precario, ma dichiarando tuttavia che l’ente non intende procedere con le stabilizzazioni». Una risposta «insufficiente e inaccettabile», di fronte alla quale si andrà avanti con l’assemblea permanente. Bocciata anche la Legge di Bilancio che prevede «una riduzione importante del turnover del personale e un taglio dei fondi ordinari per gli enti di ricerca».

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