di Daniele Bovi e Ivano Porfiri
L’ultimo, rimasto quasi lettera morta, risale ormai a qualche anno fa, al 2010/2012 per la precisione. Negli scorsi giorni così, dopo lunga gestazione, la giunta regionale ha dato il via libera al nuovo Piano sociale regionale che potrà contare, come la chiama l’assessore a welfare e sanità Luca Barberini, su una «bocca di fuoco» da 55 milioni di euro che verranno investiti nel sociale nei prossimi cinque anni. Alla vigilia della presentazione ufficiale e dell’avvio della fase di partecipazione di quello che è il più importante atto di indirizzo con il quale palazzo Donini detta ai Comuni, che hanno titolarità politica e gestionale nel settore delle politiche e dei servizi sociali, i criteri di riferimento per la programmazione, Barberini presenta a Umbria24 quelli che sono i punti più importanti del documento.
BARBERINI: COSI’ SCEGLIEREMO I NUOVI DG
Assessore, quali sono i principali assi strategici del nuovo Piano?
«Innanzitutto dobbiamo partire da risorse, esigenze e opportunità, pensando a giovani, famiglie, anziani e disabilità. Parlando delle prime, la crisi ha amplificato e mutato drammaticamente i bisogni, e da qui nasce la necessità di riscrivere il Piano, non vecchissimo ma sicuramente datato. Con il nuovo dobbiamo far lavorare di più i territori, dato che nel passato i Comuni non hanno esercitato quel protagonismo che invece ora chiediamo. Questo perché la Regione non può avere una visione precisa e puntuale dell’intero territorio: alle Zone sociali chiediamo di pensare una programmazione puntuale e precisa. Penso poi alla disabilità, con i problemi ad essa connessi troppo spesso solo sulle spalle delle famiglie, e ai giovani che vediamo come una risorsa per il presente».
Le Zone sociali rimarranno 12 o è in programma uno sfoltimento?
«No, rimarranno 12. Potrebbero sembrare troppe rispetto alle dimensioni dell’Umbria, ma in questo campo c’è bisogno di conoscere puntualmente i territori. Zone più piccole, all’interno delle quali noi punteremo molto sui comuni capofila, possono interpretare meglio i bisogni».
Chiedere una programmazione più puntuale è un modo per far sì che il Piano non rimanga lettera morta come il precedente?
«Sostanzialmente sì. Ai Comuni chiediamo un protagonismo diverso, di leggere il territorio, di dare risposte e di evitare la dispersione in mille rivoli delle risorse».
Su quanto potranno contare i Comuni che ormai da anni devono fare i conti con una carenza strutturale di risorse?
«A disposizione abbiamo i fondi della programmazione europea, una “bocca di fuoco” da 55 milioni di euro che permetterà di dare risposte più puntuali; 55 milioni in cinque anni sono una bella cifra se pensiamo che l’Umbria non è arrivata mai a investirne più di dieci».
Per quanto riguarda i giovani quali sono le azioni principali previste dalla legge in discussione in queste settimane e dal Piano?
«Innanzitutto cambia la filosofia di fondo: di solito si parla dei giovani come di una risorsa per il futuro, mentre noi vorremmo che lo fossero per il presente, dato che magari in attesa di quel futuro i giovani non sono più tali o se ne sono andati. Alle associazioni giovanili riconosciamo un ruolo attivo, li individuiamo come interlocutori e portatori di interessi. In più daremo forza alla Consulta, che sarà ascoltata e che ci aiuterà a definire gli interventi. Altro punto innovativo, la possibilità di far votare per i referendum consultivi anche i giovani sotto i 16 anni. È un segnale di attenzione».
Qual è secondo lei il provvedimento prioritario da qui ai prossimi cinque anni?
«Vorrei che si riflettesse con più attenzione a proposito della presenza sul territorio dell’assistenza domiciliare, lasciata troppo spesso solo sulle spalle dei famigliari. Ecco, vorrei un potenziamento dei servizi sul territorio a favore di anziani e disabili».
All’interno del nuovo Piano che cosa è stato pensato per quanto riguarda le nuove dipendenze e la povertà?
«A proposito della ludopatia ad esempio, abbiamo dati e strumenti legislativi a cui dare impulso. La scorsa settimana in assessorato ne abbiamo discusso, c’è una legge che prevede limitazioni precise, come il divieto di installare slot a meno di 500 metri da luoghi sensibili come ad esempio le scuole, e su questo non faremo passi indietro. Quanto alla povertà, è il tema del giorno. Tutti pensano di avere la ricetta, pensando ad assegni più o meno importanti da distribuire a pioggia. Io credo che se da un lato dobbiamo pensare a strumenti di sostegno non passivi, dicendo quindi no all’assistenzialismo compassionevole, dall’altro dobbiamo far capire che abbiamo risorse limitate. Sostenere chi non ce la fa è giusto, ma dare 800 o mille euro a tutti non credo sia la soluzione. La Regione non ha queste risorse».
Quindi l’assessore Barberini boccia il reddito di cittadinanza.
«Dobbiamo dire la verità: per una soluzione che prevede assegni a pioggia non avremmo le risorse. Poi dico anche: vogliamo modularlo? vogliamo capire quali sono i bisogni reali? discutiamo e facciamo una scelta politica seria. So che c’è un problema di povertà amplificato dalla crisi, risorse limitate, e una politica che deve esercitare protagonismo, pensando a un modello sociale che accompagni chi non ce la fa, ma non con un assegno che non possiamo permetterci. Penso anche alle scuole di formazione: nel corso degli anni abbiamo prestato più attenzione alle esigenze dei formatori che a quelle dei formati. Anche lì serve più efficienza».
Un tema sul quale il Pd alle scorse regionali ha pagato pegno è quello dell’integrazione, strettamente connesso a quello della sicurezza: il Piano riguardo al primo cosa prevede?
«Intanto ci mettiamo un po’ di risorse, che non è poco. L’immigrazione non è solo uno spauracchio, o un problema: alla nostra comunità abbiamo detto che bisogna coniugare accoglienza e integrazione, con il dovuto rispetto delle regole da parte di chi viene da noi e tenendo a mente i numeri dell’immigrazione, qui ben più bassi rispetto ad altre realtà più avanzate del Nord Europa ad esempio. Qui non abbiamo voluto concentrare i profughi in ‘hub’ o ‘tendopoli’, ma distribuirli in piccoli nuclei nei territori così da favorire l’integrazione e l’accoglienza».
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