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di Maurizio Troccoli

Uno studio recente offre dati di un certo interesse sulla relazione tra bassa natalità e alta connettività. Interesse alto, particolarmente per una caratteristica su tutte: lo studio prende in esame realtà diverse, società diverse, dinamiche di sviluppo differenti, aspetti economici e sociali differenti, riscontrando comunque concordanze.

La giornalista Cecilia Sala in una puntata del podcast ‘Stories’ di Chora Media dello scorso 27 maggio, ha raccontato alcuni aspetti della ricerca, che per differenti punti interessano anche l’Umbria, una delle regioni maggiormente rappresentative, in Italia, del fenomeno della denatalità, secondo i più recenti rilevamenti dell’Istat.

Prima di addentrarci nei dettagli dello studio proviamo a capire gli elementi che maggiormente colpiscono: intanto la correlazione temporale, la dove per prima è arrivato internet veloce prima si sarebbero registrati fenomeni di denatalità e registrate accelerazioni del fenomeno, con tempistiche non eguali in passato. Quindi la correlazione con la frequenza di rapporti e la sessualità. L’avvento tecnologico, non per la prima volta, determina conseguenze sulla vita sessuale delle coppie. E soprattutto le relazioni finalizzate alla realizzazione di una famiglia necessitano di un certo numero di frequentazioni, che si riducono in rete. Soprattutto per la profondità necessaria a stabilire un patto di relazione, pur restituendo la sensazione di avere maggiori opportunità di conoscere altre persone.

Lo studio a cui facciamo riferimento è quello degli economisti Nathan Hudson e Hernan Moscoso Boedo dell’Università di Cincinnati. Il lavoro, ancora oggetto di discussione accademica, analizza l’andamento delle nascite e dei concepimenti tra adolescenti e giovani adulti mettendolo in relazione con la diffusione della banda larga mobile, in particolare del 4G.

L’impianto metodologico è basato su una comparazione territoriale: negli Stati Uniti vengono confrontate contee che hanno ricevuto la copertura del 4G in momenti diversi, mentre nel Regno Unito l’analisi si concentra su centinaia di autorità locali. L’idea di fondo è isolare l’effetto della tecnologia sfruttando le differenze nella sua diffusione geografica, evitando di attribuire il fenomeno a fattori nazionali generali.

Il risultato principale è una correlazione temporale e spaziale: le aree raggiunte prima dalla connessione veloce sono anche quelle in cui il calo dei concepimenti e delle nascite giovanili si manifesta prima e con maggiore intensità. Nel caso britannico, ad esempio, gli autori osservano che un aumento della copertura 4G è associato a una riduzione del tasso di concepimento adolescenziale nello stesso periodo e che l’effetto si rafforza nel tempo.

La tesi non si limita ai paesi anglosassoni. Nella ricostruzione proposta dagli autori il fenomeno si presenta con dinamiche simili anche in contesti molto diversi tra loro, dal Nord America a diversi paesi dell’America Latina, fino ad alcune aree dell’Asia. In paesi come il Guatemala o la Corea del Sud il calo della fecondità giovanile avviene in tempi diversi, ma con una progressione che tende a seguire la diffusione degli smartphone e della connettività mobile, pur dentro strutture sociali ed economiche profondamente differenti. L’elemento comune non sarebbe il livello di sviluppo, ma la rapidità della transizione digitale.

La conclusione degli autori è che la variabile tecnologica non agisce soltanto sulle comunicazioni, ma sulla struttura delle relazioni. L’aumento del tempo trascorso online si accompagnerebbe a una riduzione della socializzazione in presenza tra adolescenti e giovani adulti, con meno incontri informali, meno frequentazioni e meno formazione di coppie stabili. In questa lettura, il punto decisivo non è soltanto il comportamento sessuale, ma la fase precedente: la diminuzione delle occasioni di incontro.

Questo aspetto si collega a un fenomeno più ampio già osservato da altri studi sul comportamento giovanile. Negli Stati Uniti, ad esempio, i diari del tempo mostrano una forte riduzione delle attività di socializzazione faccia a faccia tra coetanei rispetto ai primi anni Duemila, mentre cresce in modo significativo il tempo trascorso su dispositivi digitali. La conseguenza indiretta è una minore frequenza di relazioni sentimentali e, di riflesso, una riduzione dei rapporti sessuali e delle nascite in età precoce.

Il tema viene spesso collegato anche alla diffusione dei social media e alla pornografia online, ma qui la letteratura è più incerta. Alcuni studi segnalano associazioni tra uso intensivo e problematico di contenuti digitali e difficoltà nella sfera sessuale, in particolare nei giovani uomini, ma non esiste una prova univoca di un effetto causale diretto sulle cosiddette disfunzioni sessuali. Più solido appare invece il legame con fattori psicologici come ansia da prestazione, confronto sociale costante e riduzione delle esperienze relazionali reali.

In questo quadro viene spesso richiamato anche un precedente storico: l’arrivo della televisione. Alcuni studi economici hanno osservato che la diffusione della tv in determinati contesti, come nella Germania orientale dopo l’apertura ai contenuti occidentali, si è accompagnata a una riduzione della fertilità. La spiegazione non era biologica, ma culturale: nuovi modelli di vita, rappresentazioni diverse della famiglia e del ruolo individuale. La differenza con lo smartphone è però sostanziale. La televisione è un mezzo passivo e domestico, mentre lo smartphone è costante, interattivo e inserito in ogni momento della giornata, soprattutto nella vita sociale degli adolescenti.

Proprio su questo punto interviene una delle principali critiche allo studio di Cincinnati, formulata anche dall’economista Jesús Fernández-Villaverde. Secondo questa impostazione, il crollo della natalità non inizia affatto con l’era digitale. Nei paesi sviluppati la transizione da livelli elevati di fecondità a livelli bassi è un processo di lungo periodo che parte già nella seconda metà del Novecento, ben prima dell’arrivo di internet e degli smartphone. Il calo strutturale della fertilità, secondo questa lettura, è quindi antecedente di decenni rispetto alla diffusione del 4G.

La fase più recente, quella tra il 2013 e il 2017, viene interpretata come un’accelerazione di tendenze già in atto: rinvio della formazione delle coppie, aumento dei costi abitativi, maggiore instabilità lavorativa e trasformazioni culturali nei modelli familiari. In questa prospettiva lo smartphone non sarebbe la causa originaria, ma un acceleratore di dinamiche profonde già esistenti.

Il punto di convergenza tra le due interpretazioni è che, anche nella lettura più prudente, la tecnologia digitale può aver contribuito a comprimere ulteriormente tempi e modalità delle relazioni, rendendo più rapido un processo che era già iniziato.

Sul piano territoriale, il quadro italiano mostra che l’Umbria si colloca stabilmente tra le regioni a bassa natalità. Il numero medio di figli per donna è intorno a 1,1, un livello distante dalla soglia di equilibrio demografico. La regione rientra nel gruppo delle aree del Centro Italia caratterizzate da forte invecchiamento della popolazione e da una ridotta presenza di giovani in età riproduttiva, con effetti diretti sulla struttura delle famiglie e sulla dinamica delle nascite.

Il tema delle politiche di sostegno alla natalità introduce un ulteriore elemento di complessità. Gli incentivi economici, i congedi parentali e l’espansione dei servizi per l’infanzia producono effetti reali nel breve periodo, ma non sembrano invertire stabilmente la tendenza nei paesi avanzati. Anche nei sistemi considerati più efficienti, come quelli scandinavi, dove i servizi per l’infanzia sono ampiamente finanziati e accessibili, la fecondità resta sotto la soglia di sostituzione.

Il punto critico, secondo questa interpretazione, è che gli incentivi agiscono sui costi della genitorialità ma non necessariamente sulle condizioni sociali e relazionali che precedono la formazione delle coppie e la decisione di avere figli. Se il nodo si sposta a monte, cioè nella riduzione delle frequentazioni e nella trasformazione delle relazioni tra giovani, le politiche economiche possono attenuare il problema ma difficilmente risolverlo in modo strutturale.

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