di Marta Rosati

«Sono stato sempre particolarmente affascinato da quella storia del quadretto di Santa Rita rimasto intatto nonostante le fiamme avessero divorato il box in cui era conservato. Era successo prima del mio arrivo in fabbrica e a quell’immagine sono estremamente legato, è custodita nel box del reparto colata continua e non è l’unica, l’acciaieria è piena di oggetti sacri». A parlare è Don Marcello Giorgi, cappellano di Ast dal lontano 2002.

Don Marcello Vent’anni in fabbrica da sacerdote ha vissuto tutta la storia recente del sito siderurgico, comprese le vicende più segnanti come la chiusura del magnetico e la vertenza del 2014. Oggi che la Thyssenkrupp è uscita di scena, seppure non del tutto, in Arvedi don Marcello scorge la possibilità di una crescita: «Le prospettive di sviluppo illustrate dall’imprenditore mi fanno ben sperare. Già è positivo il fatto che l’azienda sia in mani italiane». E poi Arvedi si sa è un fervente cattolico: «Non lo conosco personalmente ma ne ho sentito parlare bene. Spero possa aprirsi per Ast una stagione di sviluppo in ogni senso. Mi è piaciuto molto quello che ha detto il cavaliere sul rispetto e la valorizzazione della dimensione umana del lavoro». Ma lei che rapporto ha avuto coi lavoratori in tutti questi anni? «Quando sono entrato – racconta – venivo dalla scuola come insegnante e ho ritrovato in fabbrica tanti giovani lavoratori che avevo incontrato tra i banchi. Tanti volti a me cari, questo mi ha legato da subito all’acciaieria».

Terni ‘Cattedrale della fatica’ definiva l’Ast l’ex vescovo padre Piemontese e forse era più suggestiva la celebrazione della messa all’interno dello stabilimento: «È il Covid che ce lo impedisce». A proposito di pandemia, con una guerra alle porte d’Europa, che Pasqua è quella del 2022? «Di fede e speranza per chi crede davvero, per tutti gli altri di paura, fragilità dell’esistenza e instabilità economica». Da parte sua l’augurio di festività serene.

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