di M. R.
Di solito le convocazioni al ministero dello Sviluppo economico arrivano almeno a dieci giorni dalla data dell’incontro; stavolta, visti gli ultimi due tavoli ravvicinati e le promesse dei vertici aziendali, si è sperato arrivasse almeno a ridosso dell’appuntamento, ma la convocazione per il 24 gennaio, ai segretari delle organizzazioni sindacali che seguono la vicenda Treofan, non è mai arrivata e quindi ovviamente il tavolo slitta. Rimandato un summit fondamentale per conoscere il futuro dell’industria chimica.
Treofan al ministero Un nuovo confronto al Mise è previsto per la presentazione del piano industriale da parte di Jindal, nuova proprietà del gruppo Treofan e quella di venerdì era stata indicata settimane fa come la data di un possibile nuovo incontro in via Molise a Roma. Così non sarà e il sospetto è che di fatto Jindal non manterrà la promessa di scoprire le carte entro fine mese, perché nessun’altra data è stata fissata. I 200 lavoratori italiani, tra i 130 di Terni e i 70 di Battipaglia, che per Treofan producono film di polipropilene, sono dunque costretti ad aspettare prima di conoscere le prospettive dei due siti industriali. Nel frattempo, il polo chimico di Terni ha recentemente perso la produzione del filo: Terni industry è fallita, 15 lavoratori hanno perso il posto e sono in attesa di sapere se potranno almeno usufruire di cassa integrazione.
Potere al popolo Terni «Mentre il dibattito politico cittadino è incentrato sul fragore dei mancati rinnovi di convenzioni e appalti, siamo giunti alla fase conclusiva della de-industralizzazione della nostra città. In sordina la ThyssenKrupp sta ristrutturando l’Ast e la Jindal (multinazionale indiana della chimica e dell’acciaio) e sta cercando di chiudere la Treofan. Se per Ast – dicono da Potere al popolo – si parla di un piano industriale che prevede l’abbassamento della quota di fuso a novecentomila tonnellate annue e una riduzione sensibile degli occupati, oltre alla situazione di forte criticità del Tubificio e di SdF e ad un premio di risultato ed un integrativo minimo, a cui si aggiunge la battaglia messa già in campo dai lavoratori di Ilserv a cui scadrà l’appalto il 31 gennaio e a cui non sono state date, ad oggi, rassicurazioni e prospettive, per la Treofan il rischio addirittura è quello della chiusura totale sia dell’impianto di Battipaglia che di quello sito a Terni».
Le questioni ambientali Le uniche notizie che riguardano Ast sono inerenti all’inquinamento prodotto, su cui si sta scagliando una certa parte della politica che cerca così di riprendere fiato in vista delle elezioni europee. Il clamore suscitato da denunce e servizi televisivi, frutto di un disegno politico miope e senza prospettiva rischia, oltre che di fare da sponda alla direzione aziendale di Ast, di creare i presupposti per una storica spaccatura tra cittadini ternani e lavoratori dell’acciaieria. La Treofan, venduta a cinquecentomila euro dal solito De Benedetti e comprata dalla Jindal, vede la
concorrenza degli indiani che -grazie agli impianti siti a Brindisi e in Germania- riescono a sopperire alla produzione italiana ed europea di film plastico. L’impianto di Battipaglia è stato già svuotato di ordinativi e materie prime ed il rischio è che la stessa sorte tocchi all’impianto ternano, subito dopo il trasferimento del know-how presso gli altri
stabilimenti. Gramsci asseriva che la Storia insegna ma non ha scolari, ed aveva ragione: i lavoratori ternani si
trovano a dover affrontare di nuovo lo spettro della chiusura e della dismissione di produzioni con conseguente riduzione dei livelli occupazionali. Ciò accade nel più completo silenzio della politica, perché forse questa classe dirigente ha già messo in conto che la de-industrializzazione è un fenomeno irrefrenabile. Forse perchè l’inquinamento ambientale si risolve senza tanti drammi con la chiusura degli impianti? O forse perchè i maggiori partiti sono null’altro che referenti politici di una certa parte economica e sociale che governa gli eventi? È necessario attivare un’azione di pressione e di attacco nei confronti del management di ThyssenKrupp, che sappia partire dal parlamento europeo fino alla sala consiliare di Palazzo Spada, in direzione degli investimenti ambientali e del mantenimento delle produzioni e dei livelli occupazionali. Evidentemente non si vuole, perchè non si vuol mettere in discussione il carattere decisionale della proprietà privata all’interno del concetto di autoregolamentazione del mercato».
