
di Daniele Bovi
Non c’è ma è come se ci fosse. Nella sala Sant’Anna di Perugia dove AreaDem, una delle correnti del Pd, era riunita per discutere di Umbria e di innovazione con Piero Fassino e i maggiorenti del partito umbro, lo spuntare del nome di Catiuscia Marini dalle pagine dei giornali nell’ambito dell’inchiesta Enac ha provocato un certo sgomento.
Perugia e Montepulciano E così, tra qualche volto scuro e tanti conciliaboli, i piddini presenti compulsano con avidità i cellulari e le pagine dei quotidiani. Dal palco si parla dei problemi dell’Umbria, delle proposte per risolverli e dei temi legati all’innovazione. Quasi lo stesso menù di Montepulciano, dove la presidente sabato mattina ha parlato di modelli di sviluppo e di green economy ad un seminario organizzato da Symbola. Tra inchieste, economia e politica insomma, si intrecciano i fili che uniscono Perugia a Montepulciano.
Il piano inclinato A squadernare con la consueta precisione i mali antichi dell’economia regionale, come la scarsa produttività, l’eccessiva ridondanza del settore pubblico e la bassa crescita, è il professor Bruno Bracalente, ordinario di Statistica all’Università di Perugia ed ex presidente della Regione. Una regione, l’Umbria, che sta pericolosamente viaggiando lungo un piano inclinato. «Noi – spiegherà poco dopo l’assessore regionale allo Sviluppo Gianluca Rossi – scegliendo su quali obiettivi puntare dobbiamo essere selettivi perché i soldi a disposizione sono pochi».
Rossi: tre problemi da aggredire I problemi da «aggredire» sono tre e noti da anni: «Le nostre aziende – dice Rossi – sono troppo piccole, gli investimenti in ricerca sono pochi e l’internazionalizzazione è scarsa». Ad essere quasi sovrabbondante è invece il numero delle imprese: «Come ricordava Bracalente – continua Rossi – in pratica ne abbiamo una ogni dieci abitanti. A questo stato di cose dobbiamo innanzitutto rispondere con una pubblica amministrazione efficiente che aiuti a crescere le nostre imprese». E se Bracalente nel suo intervento ha criticato una certa ridondanza del settore pubblico nell’economia, Rossi risponde che «più che aver limitato lo sviluppo e l’iniziativa del settore privato, quello pubblico l’ha troppo protetto».
Bracco e Caporizzi Quello stesso settore pubblico che, secondo l’assessore regionale al Turismo Fabrizio Bracco, «ha usato le risorse comunitarie più per sostenere il reddito che per spingere lo sviluppo». A questo punto l’unica via per cercare di agganciare il treno è, come spiega il direttore dell’Area programmazione della Regione Lucio Caporizzi, «far stare l’Umbria all’interno dei mutamenti globali. Spesso sento gli imprenditori dire che loro l’innovazione la fanno: ma qui l’innovazione che serve è quella per guadagnare posizioni di mercato e non per, semplicemente, per rimanerci».
Marini: serve cambio radicale Da Montepulciano gli fa eco Catiuscia Marini, che nel corso del suo intervento, dopo aver rimarcato che servirebbero più investimenti in ricerca e in innovazione, sostiene come «sia chiaro ormai che, quali che siano le origini di questa crisi economica, la risposta che dobbiamo dare ci impone anche cambiamenti radicali nel pensare il modello di sviluppo di oggi. E l’economia verde, la cosiddetta green economy, è una risposta moderna che impone a tutti, dal mondo dell’economia a quello della politica, delle istituzioni, della stessa cultura, un cambio profondo dell’idea stessa di sviluppo. Ritengo che si debba passare da un modello economico più incentrato sul prodotto ad una economia di sistema, soprattutto per ciò che riguarda le produzioni appunto dell’economia verde».
Il manifatturiero da «riconvertire» Ma è tutto il sistema manifatturiero dell’Umbria che deve essere riorientato alla «qualità e alla ecocompatibilità» senza essere rottamato: «Abbiamo bisogno di pensare lo sviluppo industriale nei prossimi anni – ha continuato la Marini – con lo sguardo rivolto al futuro e non al passato, recuperando una visione dell’industria manifatturiera che molti economisti avevano a torto data per definitivamente superata. Dobbiamo invece pensare a un riposizionamento del valore dell’industria manifatturiera in termini di ecocompatibilità e di qualità».
