di Francesca Marruco

«Me lo dissero esplicitamente: se non conosci certe persone e non entri in certi giri, non vai avanti. Ma fino a quando non inizi a porti delle domande non capisci. Non mi rendevo conto di tante cose che mi dicevano. Io sono andata contro qualcuno di loro e mi hanno fatto terra bruciata intorno». A parlare, dopo la sentenza di condanna per la professoressa di patologia generale dell’Università di Perugia Luigina Romani è Silvia Bellocchi, che all’epoca del concorso al centro dell’inchiesta era la giovane ricercatrice «sfavorita».

Come si sente dopo che un tribunale le ha dato ragione?

«Sono contenta di come è andata, anche se è solo l’inizio di una strada tutta da percorrere, con gli altri due gradi di giudizio. Ci tengo a puntualizzare che ormai non era solo una questione personale, ma sono contenta che era diventata una cosa più ampia. E per questo sono riconoscente a coloro che hanno deciso di parlare».

Cosa è successo prima di quel concorso di microbiologia?

«Io lavoravo con la professoressa Romani e le cose andavano bene, poi, da un certo punto in poi lei ha avuto un cambio repentino di comportamento nei miei confronti. Erano continui attacchi personali e io non capivo cosa stesse accadendo, tanto che glielo chiesi e lei mi disse ‘è troppo difficile da spiegare ma è meglio che vai via dall’università’. E dopo 4-5 mesi, proprio perché era diventato impossibile conviverci, andai via dall’università».

E il concorso di ricercatrice in microbiologia?

«Poco dopo essere andata via mi resi conto che uscì un concorso, mi chiesi come mai la professoressa Romani non mi avesse avvertito, allora a quel punto non le dissi niente, e decisi comunque di andarlo a fare, perché sapevo di avere le carte in regola. Mi avevano detto che quel posto era per la Zelante e, anche se si era laureata dopo di me, quel posto era per lei. Ma io andai a farlo lo stesso. Solo dopo, leggendo le intercettazioni, ho capito tante cose. La cosa che mi è dispiaciuta più di ogni altra, è che per me la Romani era un idolo. Come si fa ad essere ricercatori senza dire la verità?».

Poi c’è stata la sua denuncia, l’indagine e infine il processo. Oggi la sentenza di condanna. Se l’aspettava?

«Sono rimasta pietrificata. Tutti, anche in famiglia, mi dicevano di non mettermi contro i poteri grossi, e io avevo messo in conto un finale diverso. Ma per me era una soddisfazione anche solo il fatto che se ne parlasse. Io ormai non sono più all’università, ormai la mia strada è un’altra. Nessuno mi può ridare quello che ho perso a causa di questa storia, però, per chi ancora ci crede, deve andare a fare i concorsi all’università anche se già sa che è riservato per qualcun altro, perché devono costringere queste persone a fare le cose in maniera troppo sporca così che emergano. Invece molto spesso hanno paura».

Conosce altre persone che dicono di essere stati sfavoriti per personalismi in un concorso universitario?

«Ho conosciuto tantissime persone, c’è tanta gente che vorrebbe parlare ma non parla. In fondo non posso biasimarli tanto perché se poi non possono lavorare è comprensibile. E’ per questo che spero che la mia vicenda dia coraggio a persone che vorrebbero fare quello che ho fatto io, ma non lo fanno».

Lei adesso è lontana dal mondo accademico, cosa fa?

«Insegno scienze in un liceo, e i miei studenti che credono in quello che fanno sono come ero io. Non gli ho mai raccontato niente per non renderli disillusi E questa battaglia io l’ho portata avanti anche per loro perché spero che un domani non si debbano scontrare con queste cose e possano seguire le loro passioni senza subire ingiustizie».

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