di Daniele Bovi
Una delle più grandi incognite del 31 maggio, giorno in cui dalle 7 alle 23 gli umbri sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della Regione e i venti inquilini di palazzo Cesaroni, si chiama astensionismo. Un concetto che in questa ultima fase di campagna elettorale si affaccia nei discorsi di molti, un timore che serpeggia in particolar modo nel nuovo centrosinistra che si candida a governare la Regione per i prossimi cinque anni. In teoria secondo i sondaggi, ovviamente da prendere con tutte le cautele del caso, è Catiuscia Marini insieme a Pd, socialisti, Umbria più uguale e Iniziativa per l’Umbria, a partire con i favori del pronostico. Un conto però è vincere con una partecipazione popolare ampia, un altro è farlo in un contesto di alta astensione.
MELDIALAB: IL GRAFICO CON I DATI
L’incognita In questo caso chiunque vincesse, non solo Marini, vedrebbe in qualche modo indebolita la forza della propria vittoria ed esultare nel deserto (a meno di accettare una grande astensione come un fattore ormai strutturale delle democrazie contemporanee, dato al quale in Italia c’è però storicamente poca abitudine) avrebbe davvero poco senso. Ecco perché negli ultimi giorni si stanno moltiplicando gli appelli a non disertare le urne. I numeri, che si possono leggere nel grafico elaborato da Umbria24, parlano di un trend in calo da almeno venti anni. Storicamente le regionali hanno fatto registrare un’affluenza minore rispetto ad altri appuntamenti più ‘vicini’ e sentiti, in special modo le comunali anche se pure queste ultime, come testimonia la tornata 2014, non sono state esenti da un calo.
TUTTI I NOMI DEI 319 CANDIDATI
GRAFICI E MAPPE INTERATTIVE: CHI SONO I 319 CANDIDATI
I numeri Lontani, lontanissimi sono gli anni ’70 e gli anni ’80. La prima volta che gli umbri sono andati alle urne per scegliere i consiglieri dopo l’arrivo delle Regioni (l’elezione diretta del presidente arriverà nel 1995), solo sei su cento rimasero a casa. Un dato sostanzialmente stabile fino al 1990. Da lì, dopo gli anni di Tangentolopoli e l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, il tracollo della partecipazione, storicamente un punto di vanto della classe dirigente regionale: nel 1995, nel pieno della stagione dei professori che portò al vertice della Regione Bruno Bracalente e al Comune di Perugia Gianfranco Maddoli, si toccò l’85 per cento, poi il 77 per cento nel 2000, il 74 per cento nel 2005 e il 65 per cento nel 2010. In termini assoluti, nel 1990 votarono 617 mila persone e nel 2010 466 mila; nel primo caso gli aventi diritto erano 688 mila, nel secondo 713 mila.
ELEZIONI, GUIDA COMPLETA AL VOTO
IL FACSIMILE DELLA SCHEDA, IN 707 MILA ALLE URNE
La battaglia dei piccoli Numeri con i quali i ‘piccoli’, in questo caso le liste che hanno deciso di entrare in una coalizione, dovranno fare i conti. Per loro il numero magico, quello stabilito dalla nuova legge elettorale e che permetterà loro di sperare nell’elezione di un consigliere, è 2,5 per cento. Un punto molto contestato della legge e che tira in ballo il principio costituzionale dell’uguaglianza del voto: perché, chiede chi ha presentato il ricorso al tribunale civile di Perugia che verrà nelle prossime settimane, se coalizzati per eleggere basterà il 2,5 per cento mentre per chi è fuori, secondo le simulazioni, potrebbe non bastare il 7 o l’8 per cento? Al di là delle percentuali in termini assoluti basta fare qualche calcolo per capire quale sarà la linea di galleggiamento per i piccoli.
LA NUOVA (CONTESTATA) LEGGE ELETTORALE
La speranza Dato che gli aventi diritto dovrebbero essere (la prefettura di Terni sta ultimando i conteggi ma il dato finale non dovrebbe variare di molto) 707 mila, ipotizzando un’affluenza del 60 per cento per sperare di eleggere un consigliere servirebbero all’incirca 10.600 voti. Se invece il tracollo fosse verticale, con un’affluenza quindi del 50 per cento, l’asticella si abbasserebbe fino a quota 8.800 voti circa. Insomma, tutto sommato un basso numero di elettori alle urne potrebbe non dispiacere a chi battaglierà per stare poco sopra o poco sotto la fatidica soglia del 2,5 per cento. Per le liste alleate al candidato presidente vincente, i posti lasciati liberi come minimo sono due. A quella che ottiene il miglior risultato infatti spettano al massimo dieci seggi e 12 sono in totale quelli assegnati alla maggioranza mentre i restanti otto alle opposizioni.
Twitter @DanieleBovi
