di Francesca Marruco

L’aveva tenuta segregata dentro casa sua una notte intera. L’aveva violentata ripetutamente minacciandola che se lei avesse opposto resistenza, lui l’avrebbe massacrata. Più di quanto già non fece: calci alla schiena e alla pancia che le valsero una prognosi di 30 giorni. Anche l’amica della vittima, che la mattina dopo arrivò a cercarla venne aggredita dall’ex fidanzato, adesso condannato a tre anni cinque mesi e dieci giorni  dal gup Alberto Avenoso che lo ha giudicato con rito abbreviato. Il giudice gli ha concesso le attenuanti generiche, prevalenti sulle aggravanti perché l’uomo, dopo il sequestro, ha già risarcito la sua ex.

L’episodio Il fatto era accaduto nella notte tra il 30 e 31 dicembre 2011 a Bevagna. L’ex fidanzato, un 34enne originario di Bolzano, era stato arrestato nell’immediatezza dei fatti dai carabinieri che l’amica della vittima riuscì a contattare, dopo essere fuggita a piedi alla furia dell’uomo che l’aveva presa a pugni e l’aveva scaraventata fuori dall’auto. Già da subito fu evidente che la giovane vittima era stata sottoposta ad una violenza orribile e continuata dall’uomo con cui aveva convisuto fino a una settimana prima. Come lei stessa raccontò ai militari, era andata a casa di lui per recuperare alcuni effetti personali, ma una volta dentro, lui le aveva impedito di uscire e le aveva anche bruciato il telefono cellulare pe rimpedirle di comunicare con qualcun altro.

Le botte E quello, della notte di terrore che la giovane fu costretta a subire, non era che l’inizio. Il capo d’imputazione da pelle d’oca parla di una donna malmenata ripetutamente «all’incirca ogni ora durante tutta la notte», colpita «con calci alla colonna vertebrale e allo stomaco e con pugni e schiaffi in tutto il corpo e al volto e sul capo», causandole fratture multiple.

I maltrattamenti Dopo quel tremendo episodio e l’intervento delle forze dell’ordine emerse però anche un altro calvario che la giovane aveva dovuto sopportare durante la convivenza col suo aguzzino. Una convivenza fatta di insulti «con cadenza pressoché quotidiana» perché la giovane «non trovava lavoro» e lui le diceva che neanche lo cercava e che «tramava contr di lui con i suoi amici e familiari». Nell’estate prima del sequestro e della violenza sessuale una volta le aveva anche messo le «mani al collo per strangolarla, continuando a picchiarla anche quando fuggiva di casa e si rifuguava nel recinto del cavallo cercando invano di difendersi con un forcone». Non solo, un’altra volta, per impedirle di uscire con un’amica, «l’aveva strattonata violentemente e l’aveva colppita con una testata molto forte», per arrivare ad impedirle di uscire proprio di casa quando lei gli aeva preannunciato la sua volontà di interrompere il loro rapporto. Un rapporto che poi invece la ragazza riuscì a chiudere, non sapendo che l’uomo con cui forse aveva pensato di costruirsi una vita le avrebbe fatto il male peggiore.

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