di Daniele Bovi
Non un taglio secco, ma una sforbiciata consistente sì. Il dossier sull’ormai famigerato ticket del 29% per le visite in intramoenia è tornato lunedì pomeriggio sul tavolo della giunta regionale attraverso un’informativa della presidente Catiuscia Marini che, dopo la morte di Franco Tomassoni, ha tenuto la delega alla Sanità. Un documento con una serie di simulazioni e ipotesi dove una delle più probabili sembra essere questa: il ticket del 29% potrebbe essere tagliato in modo corposo, per poi recuperare il mancato gettito (quindi una parte di quello complessivo che ammonta a circa 3,5 milioni) con un aumento di quelli sui farmaci o sulla specialistica, o solo su uno dei due. Al momento nessuna decisione è stata presa e tutto è rinviato alla seduta della prossima settimana, il tempo di chiudere la partita dal punto di vista politico. Il terreno è infatti assai scivoloso e, così come per la rimodulazione delle aliquote Irpef (altra misura imposta a livello nazionale), potenzialmente foriera di strumentalizzazioni e polemiche.
Ipotesi Il ventaglio di simulazioni e ipotesi è sul tavolo e come per il caso sopra citato ora la scelta spetta, come doveroso, alla politica che ha due possibili strade davanti: o reintrodurre in modo secco il ticket del 29% o formulare proposte alternative che comunque andranno discusse con il Ministero. La decisione della giunta di applicare il ticket sull’intramoenia deriva da quanto accaduto nel luglio 2011 a seguito di una delle tante famigerate manovre Tremonti inflitte al Paese in quella terribile estate. Manovra che, come conseguenza dei tagli, imponeva alle Regioni un ticket indifferenziato di dieci euro che palazzo Donini chiamò senza mezzi termini «una tassa sulla malattia». L’Umbria, che non la applicò insieme a Toscana ed Emilia, era chiamata a raggranellare, in totale, 10,9 milioni di euro all’anno. La giunta scelse così di procedere sulla farmaceutica e sulle visite specialistiche applicando quattro diverse fasce di reddito «garantendo così più equità».
La vicenda Risultato, i due terzi della popolazione umbra ne escono esentati ma sul piatto mancano circa quattro milioni (per la precisione 3 milioni 645 mila euro). Da qui la scelta del ticket al 29% sull’intramoenia, pesantemente osteggiata dai medici e dai sindacati di categoria che sono ricorsi al Tar dell’Umbria. I giudici in quella sede diedero ragione ai ricorrenti, stabilendo che quello sull’intramoenia non è un ticket ma un tributo su una prestazione privata e, in quanto tale, non può essere imposto dalla Regione; e anche laddove la Regione avesse potuto, sarebbe stata in capo al consiglio e non alla giunta la potestà di prendere una decisione simile. Poi, a inizio febbraio, la situazione viene capovolta dal Consiglio di Stato che accoglie l’appello fatto da palazzo Donini contro la sentenza del Tar. I giudici in questo caso non entrano nel merito della questione, chiarendo però che i ricorsi di primo grado fatti dai medici erano inammissibili «per difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti». In sintesi, alcuni medici e i sindacati che li hanno appoggiati secondo il Consiglio di Stato non erano legittimati ad agire.
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