Il rettore Stefania Giannini con il generale Giuseppe Velotto

Con 135 corsi di 27 lingue diverse per totali 44mila ore di docenza e 124 docenti impegnati la Scuola lingue estere dell’esercito di Perugia si conferma secondo il comandante della scuola, generale Gianfranco Di Luzio, un «polo di eccellenza»,  «uno strumento di lavoro che garantisce efficacia e futuro alle forze armate del nostro paese».

Le autorità L’intervento di Di Luzio ha aperto giovedì mattina l’inaugurazione dell’anno accademico 2011 della Scuola, attiva fin dal 1963, che si è svolta alla presenza del Capo di stato maggiore dell’esercito, generale Giuseppe Velotto e al rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Stefania Giannini, cui è stata affidata la prolusione.

Standard Nato Di Luzio ha sottolineato come nel 2010 la scuola abbia consegnato 2.200 certificazioni secondo lo standard Nato ad elementi delle forze armate che, tra i chiostri del convento di Santa Giuliana hanno appreso lingue che vanno dall’inglese al russo, dal francese al cinese, all’arabo a quelle più particolari come l’urdu o il farsi, comunque utili per il lavoro nel mondo dei soldati italiani.

Docenti d’élite «Questo soprattutto grazie – ha rimarcato Di Luzio – ai docenti, personale altamente qualificato ed esperto».

La prolusione del rettore Il rettore Giannini ha sottolineato l’importanza della scuola lingue estere dell’esercito, in un’ottica in cui la lingua è «strumento di comunicazione e interazione sociale». «E’ quindi – ha aggiunto – bene inalienabile e diritto fondamentale della persona». Giannini si è poi soffermata sull’applicazione che tali insegnamenti possono avere nei “teatri operativi”. «Superare la barriera di codici grammaticali e culturali – ha detto – può contribuire in modo decisivo al funzionamento delle catene di comando e fa sì che una missione internazionale possa concludersi in tempi rapidi e con successo».

Fattore determinante per il consenso «La conoscenza delle lingue – ha argomentato il Capo di stato maggiore dell’esercito – risponde alle esigenze non solo di comunicare, ma addirittura di entrare in sintonia con le varie popolazioni nei teatri. Abilità che è divenuta il segno distintivo di un italian way to peace-keeping. L’impiego in realtà in continua e costante evoluzione, caratterizzate dalla presenza di avversari che agiscono con modalità operative non riconducibili a schemi predefiniti, ci ha insegnato che la padronanza delle lingue locali rappresenta un fattore determinante per acquisire consenso e cooperazione al fine di garantire la sicurezza del nostro personale».

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