di Daniele Bovi
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Parte male il 2013 delle imprese umbre. Secondo il rapporto di Unioncamere sulla natalità e mortalità delle imprese diffuso venerdì infatti il primo trimestre dell’anno si chiude con un saldo negativo pari a 752, frutto di 1.562 iscrizioni e 2.314 cessazioni. Un dato del quale sono protagoniste, loro malgrado, le imprese artigiane. Oltre un terzo delle chiusure infatti, calcolate da Unioncamere al netto di quelle d’ufficio, riguarda proprio gli artigiani: 836 su un totale di 2.314. Un conto salato. Il tasso di crescita così, come nel primo trimestre del 2012, è negativo: -0,78% (era -0,50% nei primi tre mesi dell’anno precedente) e ancora più pesante del -0,51% che rappresenta, come sottolinea Infocamere, il risultato peggiore dell’ultimo decennio.

Calo delle aperture Statisticamente il primo trimestre è un periodo dell’anno dove i risultati negativi sono nella norma. Questo perché nel corso della fine dell’anno si concentra un numero elevato delle cessazioni che poi si riflette sulle statistiche delle prime settimane dell’anno. Confrontando i numeri del 2013 con quelli dell’anno precedente però si scopre che in Umbria, come nel resto del paese, il saldo negativo non dipende tanto da un boom di chiusure quanto da un calo delle aperture. Queste erano state 1.796 tra gennaio e marzo 2012, cifra che scende a 1.562 nel 2013. Le cessazioni sono invece sostanzialmente stabili: 2.314 contro le 2.274 di un anno fa.

Conto salato Come visto a pagare il conto più salato sembrano essere gli artigiani: 416 le iscrizioni nel 2013 a fronte di 836 chiusure e una base che, confrontando i trimestri, si è ristretta di quasi il 2% in un anno; un’accelerazione forte rispetto al 2012 quando il ko era dello 0,98%. Complessivamente al 31 marzo sono oltre 22 mila le imprese umbre del settore artigiano, quasi l’equivalente (21.185) di quelle scomparse in Italia nei primi tre mesi dell’anno. «I numeri delle imprese che chiudono – commenta il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – impongono all’attenzione di tutti l’urgenza di interventi concreti per la crescita e l’occupazione. Lo stallo politico determinatosi a seguito dei risultati elettorali pesa. Mi auguro che subito dopo il passaggio dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il Parlamento sia messo immediatamente in condizione di operare per approvare provvedimenti a sostegno dell’economia reale».

Così a Terni Sia per quanto riguarda le aperture che le chiusure in molti casi, come spiega la Camera di commercio di Terni commentando i dati, occorre sottolineare come si tratti di ditte individuali «scarsamente strutturate». Insomma, non è da sottovalutare il fenomeno di chi, magari espulso dal mercato del lavoro, tenta una via solitaria che in molti casi si rivela breve. In provincia di Terni infatti le ditte individuali rappresentano la quasi totalità sia delle iscritte che delle cessate. Il settore più colpito è quello del commercio, mentre l’industria in senso stretto registra 17 iscrizioni a fronte di 74 cessazioni. Segue l’edilizia con 55 iscrizioni e 112 cessazioni. Saldo con il segno meno anche per il comparto agricolo (-50) che a fronte di 25 nuove aziende registra la chiusura di 75.

Protesti e cambiali L’ente camerale mette poi il dito nella piaga di protesti e cambiali, in costante aumento tra il 2008 e il 2012. Dal 2010 al 2012 si passa infatti da 5.350 a 6.532 titoli protestati, con una incidenza maggiore nel secondo semestre rispetto al primo del 2012 (2.898 da gennaio a giugno, 3.634 da luglio a dicembre). Tradotto in euro questo significa un aumento dagli 11,2 milioni del 2011 agli oltre 16 di un anno dopo. «Quest’ultimo dato – spiegano dall’ufficio Tutela del mercato e del consumatore della Camera di commercio – sembrerebbe evidenziare che la crisi si fa sentire soprattutto per quei soggetti, sia imprese che privati, che hanno sede o residenza nei diversi comuni della provincia piuttosto che per quelli residenti nel capoluogo dove si rileva, in controtendenza, una diminuzione degli importi protestati».

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