di Enzo Beretta 

Si è concluso con una condanna a due anni di reclusione, con pena sospesa, il processo a carico di un romeno di 67 anni imputato davanti al tribunale di Perugia per maltrattamenti in famiglia e stalking nei confronti della moglie convivente. Il giudice Alberto Avenoso, al termine del procedimento, ha disposto anche il pagamento di un risarcimento di cinquemila euro in favore della parte civile, costituita attraverso gli avvocati Alessandro Vesi ed Erika Paiolo. Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro 90 giorni. Una decisione che arriva al termine di un processo nel quale il pubblico ministero Silvia Nardi aveva chiesto una condanna a tre anni e mezzo di reclusione, ricostruendo in aula una serie di condotte ritenute caratterizzate da minacce, ingiurie e aggressioni fisiche reiterate nel tempo. Di diverso avviso la difesa: l’avvocato Vittorio Lombardo aveva infatti sollecitato l’assoluzione del proprio assistito, sostenendo l’insussistenza dei fatti contestati.

Vicenda Al centro del procedimento una serie di episodi che – secondo l’impostazione accusatoria – avrebbero costretto la donna «ad un regime di vita umiliante e degradante», in un contesto familiare segnato da tensioni e conflittualità. Tra le frasi finite agli atti del fascicolo anche parole particolarmente gravi che l’imputato avrebbe rivolto alla moglie: «Non sono venuto in Italia per lavorare. Io ti ammazzo, ti scioglierò nell’acido se dovessero chiamarmi a lavorare da altre parti, considerando che sarò disoccupato». 

«Viveva a spese della donna» Secondo quanto ricostruito dall’accusa l’uomo «non contribuiva in alcun modo al ménage familiare e in sostanza viveva a spese della donna – si legge nell’imputazione – pretendendo di non far nulla anche a fronte delle recriminazioni della persona offesa che ingiuriava e minacciava». Nel capo di imputazione si parla di «condotte reiterate di minaccia e di ingiuria, nonché di aggressione fisica» messe in atto tra il 2022 e il 2023. 

Schiaffi in faccia Tra gli episodi contestati figurano «schiaffi al volto» e «suppellettili distrutti in cucina» nel corso di una discussione scaturita dalla richiesta della donna di lasciare l’abitazione, ma anche un «bicchiere rotto puntato alla gola» della moglie «dopo una furiosa discussione determinata dall’atto del suo licenziamento». Viene inoltre riportato che, «a seguito di un intervento della donna per l’asportazione di un polipo, si rivolgeva alla stessa dicendole ‘Non mi interessa che problemi di salute tu abbia, in ogni caso devi lavorare e portare i soldi a casa, se vuoi che io vada via dammi 20 mila euro e lascio casa’». 

«Ti ammazzo e poi mi suicido» In un’altra occasione, «dopo essere partito per una vacanza in Romania, parlando con la compagna al telefono, alla richiesta di quest’ultima di non far rientro in Italia, la minacciava dicendole ‘Se non mi fai rientrare ti ammazzo e poi mi suicido, io torno perché ho deciso così’». Elementi che il giudice ha ritenuto sufficienti per arrivare alla condanna, seppur con una pena inferiore rispetto a quella richiesta dall’accusa.

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