di Enzo Beretta
Pornografia minorile: per questo reato è sotto processo a Perugia un uomo di 37 anni accusato di aver adescato attraverso Snapchat quattro ragazzine di 8, 11, 13 e 14 anni, «inducendole a produrre fotografie ritraenti le minori nude, in atti di autoerotismo e video in cui mostrano le parti intime». Secondo le indagini della Procura della Repubblica la giovane di 11 anni «ha prodotto e inviato» all’imputato «quattro video sessualmente espliciti», «due video e tre foto» le ha ricevute dalla 13enne, «sette foto e un video» dalla 14enne e «quattro foto» da una giovanissima che «al momento del fatto aveva 8 anni». Nei confronti di un’altra persona offesa, di 13 anni – si legge nel capo d’imputazione – «si è spacciato per un ragazzo di 16 anni, inducendola a produrre materiale pornografico e inviarglielo, intrattenendo con la minore conversazioni in tasl senso su WhatsApp». I fatti oggetto delle contestazioni risalgono al 2024: la difesa chiede di spostare il processo dall’Umbria al Veneto, regione in cui vive l’imputato.
La denuncia A innescare il procedimento è stata la mamma della ragazzina di 8 anni che nel maggio 2025 ha denunciato i fatti. Ricostruisce l’avvocato Luisa Manini nell’atto di costituzione di parte civile: «L’imputato, attraverso l’utilizzo dei social network, contattava la bambina, di soli otto anni, inducendola anche mediante minacce, a produrre e a inviargli materiale fotografico a sfondo sessuale. Dalla querela della madre emerge il grave stato di prostrazione psicologica in cui è precipitata la bambina a seguito dei fatti: la madre riferisce che la figlia, in lacrime, le ha confessato che un ragazzo di 16 anni conosciuto su Snapchat l’aveva contattata e, sotto la minaccia di rintracciarla tramite un presunto ‘amico poliziotto’, l’aveva costretta a inviargli ‘più volte’ fotografie delle sue parti intime».
«Incubi e paura» «La condotta delittuosa ha avuto un impatto devastante sulla psiche della piccola – scrive l’avvocato Manini – la quale ha manifestato un profondo malessere, irritabilità, incubi notturni, paura e un cambiamento radicale del proprio atteggiamento, arrivando a pronunciare la frase ‘Voglio morire’. Tale stato di sofferenza ha reso necessario l’avvio di un percorso di psicoterapia al fine di aiutare la minore a elaborare il trauma subito e a prevenire conseguenze permanenti sul suo sviluppo psico-fisico».
Psicoterapia Per la parte civile esiste perciò un «danno biologico di natura psichica» subìto: «La condotta dell’imputato ha cagionato alla minore un grave trauma psicologico, che si è manifestato con una conclamata sintomatologia ansioso-depressiva caratterizzata da irritabilità, disturbi del sonno (incubi notturni), paure generalizzate e, soprattutto, da una preoccupante ideazione anticonservativa (‘Voglio morire’). Tale pregiudizio all’integrità psico-fisica ha reso indispensabile un percorso di supporto psicoterapeutico per tentare di arginare le conseguenze di un evento così traumatico su una personalità in pieno sviluppo». Al quale si aggiunge un «danno morale», «consistente nella sofferenza interiore, nel patema d’animo, nella vergogna e nell’umiliazione patiti dalla bambina, costretta con l’inganno e la minaccia a violare la propria intimità e a compiere atti di cui non poteva comprendere appieno la portata. Si tratta della lesione della sua innocenza e dignità, con un turbamento profondo».
«Angoscia e preoccupazione in famiglia» Il lamentato «danno esistenziale» invece «deriva dalla radicale e peggiorativa alterazione della sua quotidianità e del suo percorso di crescita. La spensieratezza tipica dell’età infantile – viene spiegato – è stata bruscamente interrotta e sostituita da uno stato di paura e diffidenza. Ne è risultata compromessa la sua vita di relazione, la fiducia negli altri e la serena interazione con il mondo esterno, con conseguenze negative sullo sviluppo armonico della sua personalità». Infine il «danno riflesso» per la famiglia, «consistente nella lesione del rapporto parentale e nello stravolgimento della serenità familiare. La scoperta dei fatti ha gettato l’intera famiglia in uno stato di profonda angoscia, preoccupazione e impotenza di fronte alla sofferenza della figlia. La loro vita quotidiana è stata sconvolta dalla necessità di gestire il trauma della bambina, dedicando ogni risorsa emotiva, fisica e temporale al suo supporto, con conseguente sacrificio della propria vita personale, sociale e lavorativa. Tale pregiudizio – conclude Manini – si sostanzia nella lesione del loro diritto a vivere serenamente il ruolo genitoriale e a godere di un’armoniosa vita familiare». Si torna in aula il 9 luglio.
