©Fabrizio Troccoli

di Maurizio Troccoli

In Italia il calo delle nascite non si arresta e anzi accelera. Nel 2025 i nati scendono a 355mila, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna cala ulteriormente a 1,14 (era 1,18 nel 2024), confermando una tendenza ormai strutturale e condivisa a livello europeo. I decessi sono 652mila (-0,2%), con un saldo naturale fortemente negativo pari a circa -296mila unità, peggiore rispetto al -283mila dell’anno precedente. Il dato centrale è questo: l’Italia perde popolazione per via naturale e lo fa a ritmi crescenti.

Nel Centro Italia, la fecondità è la più bassa del Paese: 1,07 figli per donna nel 2025 (da 1,11 nel 2024). È un passaggio decisivo perché colloca il contesto umbro nel segmento più fragile del quadro nazionale.

In Umbria la dinamica è ancora più marcata. L’ultima serie consolidata indica circa 4.700 nascite annue, un livello già minimo storico, a fronte di oltre 10mila decessi l’anno. Il saldo naturale regionale si attesta quindi stabilmente intorno a -5.000/-5.500 unità annue. In altre parole, ogni anno in Umbria muoiono più del doppio delle persone che nascono. Questo squilibrio non è episodico ma si è ampliato progressivamente nell’ultimo decennio: a metà anni 2000 il saldo negativo era intorno a -2.000 unità, oggi è più che raddoppiato.

Il peggioramento recente si inserisce in questa traiettoria. Il calo nazionale del 2025 (-3,9%) si riflette su un tessuto regionale già indebolito: meno donne in età fertile, età media al parto più alta (oltre 33 anni nel Centro), e una base demografica sempre più ristretta. È questa la “ulteriore evoluzione negativa” dell’Umbria: non solo pochi nati, ma una capacità sempre minore di invertire la tendenza.

In questo quadro, il ruolo degli stranieri resta centrale ma non più risolutivo. A livello nazionale, nel 2025 circa il 15% dei nati è da entrambi genitori stranieri e oltre il 20% ha almeno un genitore straniero (fonte: Istat, ultimi indicatori demografici 2025). Significa che oltre 70mila nascite su 355mila sono legate direttamente alla componente straniera.

L’Umbria, storicamente sopra la media nazionale per incidenza della popolazione straniera, presenta una quota ancora più rilevante. Applicando i dati strutturali consolidati: circa 750-900 nascite l’anno da coppie straniere, oltre 1.000 considerando almeno un genitore straniero. Questo significa che tra un quarto e un terzo delle nascite umbre dipende dalla componente straniera. Senza questo contributo, il numero totale dei nati scenderebbe sotto le 3.500 unità annue, aggravando ulteriormente il saldo naturale. Tradotto in termini concreti il saldo naturale attuale è circa -5.000/-5.500, il saldo senza nascite straniere sarebbe potenzialmente oltre -6.000. Su una popolazione di circa 850mila residenti, si tratterebbe di una tracollo ancora più rapido e strutturale. Lo stesso ragionamento vale per l’Italia: senza i circa 70mila nati legati alla componente straniera, il totale scenderebbe sotto le 300mila unità e il saldo naturale peggiorerebbe verso quota -350mila. Significherebbe perdere ogni anno una intera città come Bari.

Il punto chiave è che gli stranieri restano un “ammortizzatore demografico” e purtroppo non più sufficiente a compensare la caduta della natalità italiana. Il sistema continua a perdere popolazione nonostante il loro contributo. La cosa però più preoccupante è che gli italiani mostrano condizioni sempre peggiori per invertire la tendenza a differenza degli stranieri, ragione per cui le intenzioni di chi governa dovrebbero essere quelle di favorire politiche di incentivazione alle nascite per tutti e puntare alla protezione di quello che rappresenta l’unico reale patrimonio contro la denatalità, ovvero la capacità riproduttiva degli stranieri.

Sul fronte delle politiche pubbliche, negli ultimi anni sono state introdotte diverse misure a sostegno della natalità, a partire dall’assegno unico universale (entrato a regime nel 2022), fino a bonus nido e incentivi fiscali. Tuttavia, i numeri più recenti certificano che queste misure non hanno invertito la tendenza. Dal 2022 al 2025 le nascite sono passate da circa 393mila a 355mila, con una perdita di quasi 40mila unità. Nello stesso periodo la fecondità è scesa da 1,24 a 1,14 figli per donna. Non solo non si è registrata una ripresa, ma il calo è proseguito, segno che gli interventi non hanno inciso sui fattori strutturali: precarietà lavorativa, costo della vita, ritardo nell’autonomia dei giovani, carenza di servizi.

Per comprendere cosa significhi una politica efficace, il confronto più utile è con la Francia. Si tratta di un Paese comparabile all’Italia per dimensioni, struttura economica e sistema di welfare. La Francia ha mantenuto per anni un livello di fecondità tra 1,7 e 1,9 figli per donna (oggi in calo ma comunque superiore all’Italia), grazie a un sistema articolato e stabile: assegni familiari progressivi, servizi per l’infanzia diffusi, congedi parentali retribuiti e una forte integrazione tra lavoro e famiglia. Il punto decisivo non è una singola misura, ma la continuità e la prevedibilità del sostegno nel tempo.

In Italia, al contrario, gli interventi sono stati più recenti, meno strutturali e inseriti in un contesto economico e sociale meno favorevole. Il risultato è che, mentre in Francia le politiche hanno contribuito a contenere il calo, in Italia – e in regioni come l’Umbria in particolare – la denatalità continua a peggiorare.

Il quadro che emerge dai dati Istat 2025 è quindi netto: meno nascite, saldo naturale sempre più negativo, ruolo ancora importante ma insufficiente degli stranieri e politiche pubbliche che, nei numeri, non hanno prodotto inversioni di tendenza. In territori già fragili come l’Umbria, questo si traduce in una riduzione progressiva della popolazione e in un ulteriore squilibrio tra generazioni.

Come vedremo tra poco è preziosissima la parte più riproduttiva di una comunità, anche se minore e marginale. Soprattutto se si tiene conto che anche politiche estreme di incentivi alla natalità nel mondo non hanno portato a significative inversioni di tendenza. L’analisi dei modelli internazionali mostra in modo chiaro che non esiste una bacchetta magica: in molti Paesi, anche con incentivi economici importanti, le nascite aumentano solo temporaneamente o restano stagnanti. La Francia e i Paesi nordici dimostrano che le politiche familiari funzionano quando sono sistemiche e integrate, combinando assegni, servizi per l’infanzia, congedi retribuiti e compatibilità lavoro-famiglia, garantendo continuità nel tempo. Al contrario, esperimenti più estremi come quelli dell’Ungheria o della Corea del Sud, dove si è arrivati a incentivi alti e persino ad annullare i debiti o a offrire esenzioni fiscali a vita per le madri, hanno prodotto solo effetti temporanei o nulli, non riuscendo a invertire tendenze demografiche strutturali.

In Italia e in Umbria i tassi di natalità degli stranieri sono più del doppio di quelli degli italiani. In Umbria, lo stesso fenomeno è ancora più evidente: gli stranieri costituiscono poco più del 10% della popolazione, ma contribuiscono al 14,2% delle nascite. La ragione principale di questa differenza è demografica, sociale e culturale: la popolazione straniera è più giovane, comprende un numero maggiore di donne in età fertile e tende a formare nuclei familiari più numerosi. Questo spiega perché, sia in Italia che in Umbria, gli stranieri restano l’unico vero “ammortizzatore” della denatalità.

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