Turisti ad Assisi (©Fabrizio Troccoli)

Firenze ha compiuto un passo significativo nella gestione della sua identità urbana e sociale. La giunta comunale ha approvato una delibera per prorogare fino al 2031 il regolamento Unesco sul centro storico, introducendo regole più stringenti per le attività economiche e commerciali all’interno dell’area tutelata. La misura, che ora dovrà essere discussa e votata dal consiglio comunale, nasce dall’esigenza di limitare gli effetti negativi del turismo di massa, tutelare i residenti e valorizzare il patrimonio storico e commerciale locale.

La delibera conferma e amplia divieti già in vigore: in alcune strade del centro storico resta vietata l’apertura di nuove attività di commercio alimentare, così da scongiurare che negozi di catene sostituiscano quelli di prossimità frequentati quotidianamente dai fiorentini. Il provvedimento introduce nuovi divieti, come il blocco dei corsi di cucina per turisti – attività proliferate negli ultimi anni – e il divieto di installare nuovi sportelli bancomat. In determinate zone limita le attività di librerie, gallerie d’arte, negozi di antiquariato, fiori e piante, officine di artigianato tradizionale, ma anche negozi di oggetti preziosi o di alta moda, mentre rimangono esclusi sportelli bancari o assicurativi. Sui luoghi simbolo come Ponte Vecchio prosegue il divieto di vendita di cibo e bevande, mantenendo come unica possibilità il commercio di oggetti d’arte, orologi e simili, in linea con la vocazione storica del sito.

Queste misure non sono isolate, ma riflettono una crescente consapevolezza nei centri storici italiani: il valore turistico e culturale, se non governato, rischia di produrre trasformazioni profonde nei tessuti urbani e sociali, con impatti sulle comunità residenti, sugli affitti, sulle tipologie di negozi e, in ultima analisi, sulla qualità della vita quotidiana. Il risultato è una progressiva omologazione che fa perdere quell’unicità che è il valore attrattivo da difendere. A questi fenomeni si sta assistendo in tutte le località turistiche, mentre l’Umbria ha un riferimento specifico ad Assisi.

La decisione fiorentina assume un valore di riferimento per realtà storiche italiane di dimensioni più piccole ma di grande rilevanza culturale e artistica, come i borghi e i centri storici dell’Umbria. Pur non avendo, nella maggior parte dei casi, il riconoscimento Unesco (con l’eccezione appunto della cittadella di Francesco), città come Perugia, Foligno, Spoleto, Città di Castello, Gubbio, Narni, Orvieto e Città della Pieve affrontano questioni analoghe: preservare l’identità storica e sociale, gestire l’invasione dei flussi turistici e tutelare i servizi per i residenti.

Il centro storico di Perugia, cuore pulsante della regione, vive da anni la tensione tra attrattività turistica e qualità della vita quotidiana. Qui la presenza di istituzioni universitarie, eventi culturali annuali e la vocazione storica creano una domanda costante di spazi commerciali e residenziali, con rischi evidenti di spopolamento residenziale e di sostituzione delle botteghe locali con attività orientate principalmente ai visitatori. L’attività commerciale usa e getta ha messo piede anche nel contesto umbro, dove si assiste sempre più al rapido cambio di insegne e di cartongesso lungo le strade principali dei centri storici. Non si tratta sempre o prevalentemente dell’assedio di catene commerciali, ma sicuramente di un’avanzata dell’imprenditoria della ‘pesca a strascico’, tutta mirata all’incasso, che non presta particolari attenzioni alle identità dei luoghi in cui sbarca e forte di capitali significativi alle spalle, compie sperimentazioni che possono avere breve o lunga durata, ma finiscono per massacrare la bottega tipica, che è elemento di attrazione insieme all’intera offerta culturale, artistica, artigianale e turistica della città.

Situazioni analoghe si riscontrano a Gubbio, dove l’equilibrio tra flussi turistici stagionali – spesso legati alle feste medievali o alla stagione estiva – e le esigenze dei residenti richiede una gestione attenta degli spazi pubblici, delle licenze commerciali e dei canoni di locazione. A Orvieto, città di forte appeal turistico grazie al Duomo e alla rupe, il rischio di trasformazione degli scorci storici in luoghi dominati da botteghe di souvenir o ristorazione ad alto impatto si scontra con la necessità di mantenere una offerta diversificata e radicata nella comunità locale.

In borghi più piccoli come Narni o Città della Pieve, l’aumento dei visitatori nei periodi di alta stagione può portare ad una pressione su servizi e infrastrutture che non è sostenibile se non accompagnata da politiche urbane integrate: regolamenti per le attività commerciali, incentivi per negozi di vicinato, monitoraggio degli affitti turistici e strumenti per sostenere la permanenza dei residenti nei centri antichi.

Il caso di Assisi è emblematico: patrimonio Unesco dal 2000, vive da tempo questa dialettica tra turismo internazionale e vita quotidiana cittadina. Misure restrittive simili a quelle fiorentine – limitazioni su nuove aperture, tutela delle botteghe tradizionali, controllo delle attività che rispondono esclusivamente alla domanda turistica – sono già all’ordine del giorno, soprattutto come termometro del conflitto tra la conservazione di un riconosciuto stile di vita dei residenti, pressochè spariti e le esuberanti e potenti esigenze commerciali che stannoa vendo la meglio.

La lezione che viene da Firenze è dunque duplice. Da un lato, conferma che la gestione dei centri storici non può essere lasciata alla spontaneità dei mercati turistici, ma richiede strumenti normativi e visioni strategiche per bilanciare attrattività culturale e qualità della vita. Dall’altro, indica la strada di un modello che non rifiuta il turismo, ma lo inserisce in un quadro di tutela dei valori storici, estetici e sociali che definiscono l’identità dei luoghi.

Per i borghi dell’Umbria la decisione non sta nello scegliere tra turismo di massa o vita da paesano benestante, ma riuscire a fare in modo che quello che più attrae resti intatto. Affidarlo al comercio senza la visione politica e culturale significa accettare l’omologazione che prima o poi trasforma il prodotto turistico nel tutto uguale, perdendo di appeal per il turismo.

In questo senso c’è un equilibrio da costruire, in cui la politica locale, i cittadini, le imprese e le comunità culturali possano lavorare insieme per evitare che i flussi che animano i centri storici ne svuotino l’anima. E che chi li vive ne svuoti le case.
La delibera di Firenze, è un laboratorio che offre un precedente concreto, con esperienze misurabili da diversi punti di vista, rispetto ai quali trarre conclusioni calibrate sulle diverse specificità.


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