Negli ultimi mesi il tema del “patentino” per i proprietari di cani considerati potenzialmente pericolosi è tornato sotto i riflettori, con proposte normative e regolamenti che cercano di bilanciare sicurezza pubblica, tutela degli animali e responsabilità dei padroni. Il dibattito riguarda sia l’opportunità di elencare razze specifiche come da regolamenti locali sia la validità scientifica di tali elenchi rispetto al comportamento reale degli animali.
In alcune città italiane, come Milano, esiste già da tempo un percorso normativo e organizzato di patentino per “cani speciali” o potenzialmente pericolosi. Il regolamento comunale milanese prevede infatti che per determinate razze – dall’American Pit Bull Terrier al Cane Corso, dal Rottweiler al Tosa Inu e ad altri incroci di molossoidi di grande taglia – il proprietario debba seguire un corso con test finale per ottenere il patentino e dimostrare di saper gestire l’animale in sicurezza. Questo corso è composto da moduli video disponibili online e una verifica finale che, se superata, dà diritto al rilascio del documento con cui poter circolare con il cane di razza “speciale” senza incorrere in sanzioni.
Oltre a Milano, nella Regione Lombardia è in corso di discussione una proposta di legge che vorrebbe introdurre obblighi simili a livello regionale per una “save list” di 26 razze potenzialmente pericolose, con corsi formativi obbligatori per chi intende detenere questi cani e test che valutino la gestione del proprietario e la sicurezza dell’animale. Se non superato, il percorso formativo può portare a condizioni più stringenti come l’obbligo di museruola e guinzaglio o, nei casi più gravi, al sequestro dell’animale.
Il fulcro del dibattito riguarda la definizione stessa delle razze “pericolose”. Va detto che non esiste una normativa nazionale che elenchi ufficialmente razze pericolose sulla base di evidenze scientifiche: in Italia non esiste al momento un elenco nazionale legalmente vincolante per definire quali razze siano pericolose in quanto tali.
Sul tema è importante anche considerare il punto di vista degli esperti di comportamento animale e dei professionisti della salute veterinaria. Ricerca internazionale indipendente e associazioni di veterinari sottolineano come non sia scientificamente corretto affermare che alcune razze siano “inherently dangerous”, ovvero intrinsecamente pericolose. Studi comportamentali hanno mostrato che la razza da sola non è un predittore affidabile del comportamento aggressivo di un singolo cane, con variazioni significative tra individui della stessa razza e con tratti comportamentali influenzati da socializzazione, addestramento e ambiente di vita più ancora che da genetica pura.
In questo senso, esperti veterinari e organizzazioni professionali come l’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (Anmvi) ribadiscono che non esistono razze “pericolose” di per sé, e che la pericolosità di un cane – così come la probabilità che si verifichi un’aggressione – è spesso più legata a gestione inadeguata, cattiva socializzazione, trauma o maltrattamento piuttosto che alla sua razza specifica.
Questa posizione è condivisa anche a livello internazionale da gruppi di educatori cinofili e addestratori professionisti, che evidenziano come tutti i cani possano sviluppare comportamenti indesiderati in assenza di socializzazione e addestramento adeguati e che le misure di controllo focalizzate solo sulla razza rischiano di essere inefficaci rispetto a programmi di educazione e responsabilizzazione dei proprietari.
Nel contesto italiano la situazione è molto diversa da regione a regione e da città a città. Oltre a Milano e alla propensione legislativa in Lombardia, altre realtà non hanno adottato misure analoghe: la maggior parte dei regolamenti comunali, anche di grandi città, non include liste di razze pericolose né obblighi di corso o brevettazione per i padroni sul modello milanese. In Umbria, il quadro è nettamente diverso. Non esistono norme regionali che prevedano patentini o corsi obbligatori per i proprietari di cani, né elenchi di razze considerate pericolose. I regolamenti comunali delle principali città – Perugia, Foligno, Assisi, Città di Castello – si limitano a disciplinare detenzione, obblighi di custodia, guinzaglio e responsabilità civile, senza alcun riferimento a percorsi formativi.
L’unica eccezione è rappresentata dal Comune di Terni. Nel regolamento comunale per la tutela e la difesa degli animali è prevista esplicitamente la facoltà di istituire corsi formativi per i proprietari di cani, in collaborazione con il servizio veterinario della Usl. Non si tratta di un obbligo e non esiste, al momento, un patentino attivo o un bando specifico, ma Terni è l’unico comune umbro che inserisce la formazione dei proprietari come strumento possibile per la gestione della sicurezza e della convivenza con gli animali. Altre amministrazioni stanno guardando con interesse a questi modelli, ma non con decisioni già attive o operative al momento.
