di Maurizio Troccoli
Lo conoscono come «Simo» nella ‘Psg gang’, il gruppo di ‘maranza’ a cui sente di appartenere, il 18enne che probabilmente è il protagonista della lite, a causa della quale è morto il 23enne di Fabriano Hekuran Cumani, la notte dello scorso 18 ottobre.
Le forze dell’ordine lo conoscono da tempo Abid Mohamed, almeno da quando aveva 14 anni. Il suo comportamento nel quartiere ma anche nelle aree limitrofe a Ponte San Giovanni, ha lasciato trapelare una certa recrudescenza.
Risiedeva in un comune dell’hinterland del capoluogo ed era già sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora a Perugia, perché identificato come uno dei ragazzi che, lo scorso maggio, hanno aggredito il buttafuori dell’Urban di Perugia, utilizzando una falce e uno spray al peperoncino. Per i fatti legati al delitto Cumani è formalmente accusato di porto di coltello.
E’ stato il primo a finire in carcere e, se dovessimo rimanere alla percezione che avevano dei componenti della banda della ‘Psg gang’ le forze dell’ordine, lui era colui che, per atteggiamenti e comportamenti, dava più filo da torcere di Yassin Hassen Amri, l’accusato del terribile omicidio. E’ stato il primo a finire in carcere perché le recenti accuse si sono sommate ai suoi precedenti, per cui sono scattate le misure cautelari.
Di comportamenti spavaldi e violenti che hanno portato a liti, risse e scompigli ne ha avuti diversi, compresi quelli noti alle cronache accaduti all’esterno di due locali perugini conosciuti ma anche in occasioni di sagre.
Da chi lo conosce viene descritto come un ragazzo a cui, in certi ambienti, piaceva apparire come spavaldo ma che, nelle occasioni in cui è stato avvisato di non esagerare perchétenuto a vista, ha reagito come farebbe qualunque ragazzino della sua età. Ovvero esprimendo anche spavento nel percepirsi esposto alle conseguenze che si cercava. Insomma pareva volesse vivere in un personaggio, incarnando atteggiamenti tipici di questi gruppi che si definiscono ‘maranza’, che ascoltano un determinato tipo di musica e approcciano agli altri con comportamenti al limite del consentito. Superando di frequente quel limite.
Del gruppo di riferimento non fanno parte soltanto, come probabilmente si crederebbe, italiani figli di immigrati di seconda generazione magrebina, ma anche albanesi. Questo va sottolineato per evidenziare quanto già espresso dal procuratore in occasione dell’arresto di Yassin, ovvero che all’origine della lite e dell’omicidio non c’è una ragione di contrasto tra gruppi etnici.
Quella notte è stato lui il protagonista della lite per quel ‘forza marocco’ che ha generato una parolaccia di risposta. E’ stato lui a chiamare la fidanzata per dirle di avvicinarsi con l’auto dalla quale ha preso poi un coltello. E’ lui che all’invito di mollarlo e dimostrare di cosa fosse capace, ha affrontato ‘l’avversario’ a mani nude.
Come il suo amico Yassin, nei giorni successivi al delitto, è rimasto quasi immobile fino all’arresto, anche per paura di vendette. Ed è stato ancora lui a vedere a fuoco l’auto dei suoi genitori, sotto la propria abitazione poco dopo l’accoltellamento. Fatto questo di cui non si ha certezza né del dolo ne dell’attribuzione. Ma c’è contezza che negli ambienti degli albanesi di Fabriano si sia parlato appunto di una volontà di vendicare quanto accaduto.
A Perugia come in altre città le cronache di questi giorni continuano a restituire episodi di ‘coltelli facili’ nel mondo della movida. Chi da anni combatte contro questi crimini in contatto con Umbria24 afferma: «Se rispetto a un accoltellamento invece che procedere per lesioni si riuscisse a imputare quello che propriamente sarebbe un tentato omicidio, credo che chi porta il coltello in giro, probabilmente ci penserebbe un tantino di più».
Intanto vendette si temono anche nell’ambiente carcerario, per cui è alta l’attenzione attorno ai primi due che sono finiti in carcere per l’omicidio di Curami e per i fatti collegati.
