«L’Umbria non è in ritardo sulla coesione: è inascoltata». Parte da questa convinzione Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio regionale, per commentare i dati contenuti nel rapporto Symbola 2024 sull’economia della coesione. «Abbiamo imprese che investono in capitale umano, collaborano con il territorio, innovano senza clamore e creano valore condiviso, ma restano ai margini del racconto nazionale – osserva –. Dobbiamo uscire dalla retorica dei territori fragili e parlare di territori intelligenti, capaci di tenere insieme sostenibilità, competitività e legami sociali».
Le imprese “coesive” Secondo lo studio, quest’anno le imprese “coesive” – cioè quelle che coltivano relazioni forti con lavoratori, clienti, istituzioni, scuola e terzo settore – rappresentano il 44 % delle manifatturiere italiane (erano il 32 % nel 2018). L’Umbria pesa per circa il 2 % su questo bacino, un dato modesto in valore assoluto ma superiore al contributo regionale al Pil nazionale (1,4–1,5 %). Nella manifattura la quota di aziende in rete sfiora il 40 %, posizionando la regione all’11ª piazza in Italia, davanti a Lazio e Marche e non lontana dalla Toscana.
Nord e sud Il report fotografa però un’Umbria spaccata in due: il nord, con la provincia di Perugia, mostra un tessuto relazionale attivo; il sud, in particolare l’area ternana, figura tra le zone meno coesive a livello nazionale, complice la deindustrializzazione degli ultimi anni.Sul versante ambientale e culturale emergono segnali incoraggianti: raccolta differenziata sopra la media e alti indici di partecipazione civica, specie nei piccoli centri. Restano invece criticità su natalità d’impresa (Umbria 17ª su 20) e valore aggiunto pro capite (13ª). «Dove cresce la coesione crescono anche ricchezza e occupazione – rileva il presidente di Symbola, Ermete Realacci –. È un formidabile fattore produttivo». Per Mencaroni le priorità sono rafforzare i legami tra imprese, scuola e terzo settore, premiare fiscalmente chi fa rete, rilanciare il sud della regione e dare visibilità alle “buone pratiche” locali. «Non è tempo di attendere – conclude –: la coesione va resa visibile e posta al centro delle politiche di sviluppo».
