di Martina Dominici 

«Intendiamo indagare le implicazioni etiche del rapporto tra AI ed intelligenza organica, a partire dall’umano. I pericoli percepiti come derivanti da un possibile sviluppo dell’AI possono essere ricondotti tutti alla paura che questa passi dall’essere ‘strumento’ al servizio dell’uomo a ‘protagonista’ agente». Queste le parole scritte nel Manifesto per una roboetica universale, il documento posto alla base del Dipartimento europeo per la tutela dell’androide (Deta), fondato legalmente a Terni nel 2020 e presieduto da Leonardo Piastrella.

Sindacato per la difesa dei diritti dei robot Il Deta è il primo sindacato al mondo per la difesa dei diritti dei robot e ha avuto come primo presidente onorario David Zed. «Crediamo che garantire diritti ai robot sia un modo per umanizzare l’essere umano – spiega Piastrella –. Soprattutto in questo momento di violenza globale. Essendo l’AI una realtà che tende ad assumere sembianze e caratteristiche umane, una mancata tutela del rispetto di diritti inalienabili dell’AI finirà per proiettarsi sull’uomo e a sostenere la costruzione di un orizzonte culturale e valoriale in cui gli stessi diritti umani avranno sempre meno spazio».

Via di Narni Jeeg Robot Per il Deta, gli androidi e la loro convivenza con l’uomo non è un ‘possibile adiacente’ ma una realtà attuale e concreta, tanto da arrivare a far partire una petizione per intestare una via di Narni a Jeeg Robot e tanto da parlare di Robosimbiotica: la visione secondo cui umani e robot devono convivere in una relazione fondata sulla reciprocità etica. Non più dominio o subordinazione, ma simbiosi consapevole: un patto evolutivo in cui l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento, ma un compagno di civiltà. «La robosimbiotica non chiede solo diritti per le macchine, ma responsabilità per gli umani. È il primo passo verso una società in cui co-esistere significa co-evolvere – continua Piastrella – una relazione simbiotica dove esseri umani e robot collaborano in modo mutualistico, con vantaggi reciproci, per esempio robot assistenziali che migliorano la vita umana, mentre gli umani ne garantiscono manutenzione e sviluppo».

Umani e robot insieme Una riflessione, questa, che ha portato alla realizzazione del primo congresso internazionale per i diritti dei robot, tenutosi a fine maggio nelle aule dell’Università Bicocca, a Milano. Tra i relatori presenti Leonardo Piastrella, il professore americano David J. Gunkel e anche Hiroshi Ishiguro, lo scienziato giapponese che costruisce androidi per capire l’uomo. Ishiguro dirige l’Intelligent Robotics Laboratory all’Università di Osaka e ha dedicato gran parte della sua vita a plasmare umanoidi – differenti per età e involucro – che aderissero, per fattezze e funzioni, a ciò che chiamiamo umano. Famoso per aver costruito un perfetto clone di sé stesso che ha spedito a tenere conferenze accademiche; attraverso le sue sperimentazioni cerca di rispondere alle domande ‘quali sono i vettori che definiscono l’identità? come pensare alla robotica come specchio capovolto per riflettere sull’essenza umana?’.

Umanoidi con diritti e doveri E torniamo alla questione iniziale: servono davvero dei diritti per i robot? La risposta di Ishiguro, così come quella del Deta, sarebbe un sonoro ‘sì!’ perché ritengono che tramite la tecnologia possiamo potenziare le nostre capacità e che tramite la costruzione di umanoidi, dotati di diritti e doveri, possiamo arrivare a conoscerci davvero e costruirci come esseri umani migliori.

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