venerdì 22 febbraio - Aggiornato alle 13:23

Io, Leo e quei chilometri corsi insieme: «Intitoliamogli il Percorso Verde di Perugia»

Il suo spirito da vero sportivo vive tra quei viali alberati dove i perugini si allenano. La proposta di un lettore e di Umbria24

di Ivano Porfiri

Erano caldi giorni di agosto del 2016. Io stavo preparando da solo la mia prima (e finora unica) maratona. Correvo la mattina presto. La prima volta facevo un “lungo” di 28 chilometri che, per me, significava girare per tre ore come un ‘criceto’ cercando stille di energia. A un certo punto, dietro una curva spuntò Leo. Lo chiamai, mi si avvicinò subito. Iniziammo a correre insieme, lui – anche se al quarto anno di convivenza con un tumore maligno – aveva un passo molto migliore del mio. Aveva l’esperienza di un plurimaratoneta e si era rimesso in pista perché aveva davanti a sé il sogno di una vita: correre, il novembre successivo, la sua prima maratona di New York.

CORDOGLIO DA TUTTA L’UMBRIA

Gli dissi: «Grazie Leo, ma tu va al tuo passo». Lui non ci pensò neppure: «Ne devi fare 28? Facciamone una decina insieme». Corremmo, parlammo molto, sudammo fianco a fianco. Mi riempì di consigli che solo in parte sono stato capace di mettere in pratica. Mi restarono impresse alcune sue frasi: «Corro la mattina perché da queste piante esce ossigeno, senti che bel fresco?». Già, quelle piante lui le conosceva una per una. È proprio lì, su quei viali sterrati, su e giù, che si era innamorato della corsa. I primi allenamenti, le gioie, le fatiche, i dolori. Mi raccontò col suo candore, capace di cancellare ogni nota si autocommiserazione, di quando iniziò a sentire la fatica, in quell’estate del 2012. Preparava la maratona di New York, gli diagnosticarono il cancro.

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Il secondo incontro, qualche giorno dopo, stesso copione. Alcuni chilometri insieme, poi si è dovuto fermare per un bisogno fisiologico. Quel giorno era un po’ amareggiato. Qualcuno sui social lo aveva accusato di essersi inventato tutto per farsi pubblicità, di non avere veramente il cancro. Per un cuore limpido come quello di Leo, che viveva di empatia, era la peggiore delle coltellate. Aveva reso pubblici gli esami clinici, messo in parallelo le sue foto durante la prima chemio e quelle recenti. Gli dissi di non badare agli stupidi, di ascoltare le migliaia di persone che gli volevano bene. Ci corse su, come fanno i runner, lasciandoseli tutti alle spalle.

Il suo spirito, il suo messaggio di ottimismo e di lotta, i suoi innumerevoli gesti benefici li conoscono tutti. Ne è diventato simbolo vivente. Ma quei momenti intimi, quelle parole di chi sa mettersi sempre sul piano del suo interlocutore, le porterò sempre nel cuore. Come me, tanti. E le centinaia di messaggi arrivati in queste ore in redazione o sui social ne sono testimonianza. Tanti chiedono che la città debba trovare un modo per imprimerlo nella sua memoria, come fece con Renato Curi. Un nostro lettore, Pierluca Proietti, appena saputa la triste notizia della sua morte ha scritto: «Mi permetto molto sommessamente di proporre una cosa: il Percorso Verde di Perugia dovrebbe essergli intitolato». Forse lo conosceva bene, forse no, ma la facciamo nostra. Io credo che sarebbe, per lui, l’omaggio più bello. Il sindaco Andrea Romizi ha manifestato, a caldo, «la volontà di intitolare nel più breve tempo possibile alla memoria di Leonardo una strada, una via, una piazza o comunque un luogo simbolo di Perugia». Gli lanciamo questa idea, di certo una tra tante. Perché chiunque vada lì – lento o veloce, di corsa o camminando col proprio bambino – conosca la storia di un perugino che non si è arreso davanti a niente e che lì si è allenato per vincere la gara più difficile: quella di diventare uomo.

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