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giovedì 30 giugno - Aggiornato alle 22:04

Stop Novamont a Terni: cassa integrazione dal primo luglio, costi elevati e incertezze

Sospensione delle attività lavorative, ammortizzatore concesso per max 13 settimane: «Crediti CO2, logica perversa»

Nel periodo estivo Novamont si vede costretta a ridurre la propria attività nello stabilimento produttivo di Terni; lo ha comunicato nella giornata del 2 giugno quando ha fatto sapere di procedere a cassa integrazione ordinaria a partire dal prossimo primo luglio per un periodo presumibile massimo di 13 settimane. Secondo quanto riportato dai vertici del sito industriale, lo stop sarebbe dovuto al perdurare di una situazione di forte incertezza del mercato di riferimento, all’incremento dei costi delle materie prime e dell’energia, agli effetti della guerra in Ucraina e «alla situazione sempre più insostenibile delle condizioni economiche del sito industriale Polymer». Dichiarazioni forti, che richiamano le richieste della stessa azienda delle bioplastiche a guida Bastioli, rispetto a una riqualificazione del polo chimico nel suo complesso; dichiarazioni che, combinate con la necessità di far sapere alla stampa dello stop estivo, non possono non spostare ancora una volta l’attenzione su Treofan e sull’interesse più o meno reale, se non addirittura la capacità, in questo particolare momento, di contribuire almeno in parte alla rioccupazione dei lavoratori coinvolti in quella vertenza: è recente il mancato rinnovo di alcuni operai somministrati.

Polo chimico Terni Novamont, nel comunicare l’attivazione della cassa, parla anche di «fattori negativi e distorsivi che si stanno simultaneamente combinando, tra l’altro in senso opposto alle linee del Green Deal, e che costringono l’azienda ad assumere, a titolo cautelativo, questa decisione:il fortissimo incremento delle materie prime e in particolare dei costi dell’energia (nonostante le misure messe in campo sin dal primo semestre dello scorso anno); l’immissione sul mercato di prodotti di origine fossile a elevato impatto ambientale, provenienti dall’Asia, a prezzi che fanno chiaramente congetturare azioni di dumping; l’effetto perverso dei costi per l’acquisto dei crediti CO2 che pesano sulle produzioni Novamont nonostante nel 2021 l’incidenza delle materie prime rinnovabili abbia raggiunto il 58% della produzione, con lo sviluppo di prodotti il cui contributo rilevante alla decarbonizzazione non è considerato ai fini del calcolo delle emissioni di CO2 complessive. Relativamente a questo aspetto va inoltre sottolineato che i prodotti ad alto impatto e totalmente di origine fossile provenienti dall’Asia non devono pagare alcun costo della CO2; la diffusa illegalità sia nel mercato degli shopper – che secondo le analisi di Assobioplastiche registra ancora la presenza di circa un 30% di prodotti (pari a circa 25.000 ton) fuorilegge – sia in quello interessato dal recepimento della direttiva SUP (single use plastic) in Italia; il perdurare di una situazione di incertezza per tutto il comparto delle bioindustrie per la bioeconomia circolare a tutt’oggi privo di un riconoscimento formale che permetta di identificare origine e valore economico e ambientale generato dall’intera filiera italiana».

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