La diga di Corbara (Foto Rosalba Papiani da Facebook)

di Diego Zurli – architetto

Una recente conferenza internazionale,  dedicata alla figura di Giuseppe Zamberletti, organizzata dal Comune di Trevi, dal Consorzio della Bonificazione Umbra, dalla Valle Umbra Servizi con il patrocinio dell’Università La Sapienza e del Centro Interuniversitario per la Formazione Internazionale, ha offerto una serie di qualificati contributi sul  tema della siccità prodotta dai mutamenti climatici. Durante l’anno trascorso, nel nostro paese, abbiamo assistito a  due  fenomeni apparentemente contraddittori: la siccità e poi, subito dopo, l’ alluvione e  il dissesto idrogeologico provocate dalle intense precipitazioni. Anche quest’anno, la siccità  si sta manifestando con assoluta evidenza  ed è pertanto prevedibile che, alla ripresa delle piogge autunnali, assisteremo ad altri eventi estremi simili a quelli che hanno contraddistinto quello passato.  Quasi tutti gli studiosi convengono ormai sul fatto che  siamo di fronte ad un sistema che non è più in grado di adattarsi alle nuove condizioni ambientali determinate dai mutamenti climatici.

In queste ore, a quanto si legge, il Governo si accinge a nominare un super-commissario straordinario per affrontare l’emergenza, che resterà in carica “a tempo”, fino al 31 dicembre 2023, illudendosi di risolvere per questa via criticità di enorme portata che, almeno relativamente alla carenza delle infrastrutture fondamentali, non nascono certo oggi.  Augurandoci nell’interesse del paese che tale operazione produca qualche risultato, occorre tuttavia ammettere che problemi di questa natura ed entità, come l’esperienza insegna, non si possono risolvere con soluzioni estemporanee ma richiedono i tempi giusti e una visione che solo una politica dai pensieri lunghi può cercare di fronteggiare con qualche probabilità di successo.

Questa premessa era necessaria per introdurre alcune semplici considerazioni le quali, come vedremo,  ci interessano da vicino.  La prima ci suggerisce la necessità  che, contrariamente a ciò che comunemente accade, questioni come il  rischio idraulico, le infrastrutture di accumulo della risorsa, quelle per la difesa dagli eventi alluvionali e più in generale  le politiche di tutela e di  gestione della risorsa idrica, andrebbero, per quanto possibile, mantenute inscindibilmente legate ed affrontate nel loro insieme; perché, come ricorda nei suoi saggi   un brillante studioso come Giovanni Menduni,  non ha senso separare e distinguere “il mondo del troppo da quello del poco “.  

La seconda, è che il legame tra le società di tutto il mondo e l’acqua è stato nei secoli e continua ad essere un fattore determinante per poter organizzare l’ambiente antropico in cui vivono le comunità. Tutto ciò ha prodotto e produrrà tensioni, in tempi di mutamenti climatici,    che sfoceranno in probabili conflitti per il controllo dell’acqua come è accaduto e   accade sotto in nostri occhi distratti in Africa, in Cina,  in India, in Asia o in America Latina. Secondo autorevoli esperti di geopolitica come Giulio Boccaletti, anche nella storia recente della Russia, fin dai tempi dell’Urss,  la rincorsa all’acqua è stata spesso il motore di alcune delle proprie mire espansionistiche;  il fatto che Putin abbia deciso di trasformare il controllo delle città sull’acqua nell’obiettivo della cosiddetta operazione speciale in Ucraina, nascerebbe dalla intenzione di mettere in atto una strategia che include anche la conquista dell’acqua. 

La terza, è che il clima sta rapidamente cambiando e con esso  l’assetto idrologico;  ciò  impone  alle comunità di tutto il mondo di ricercare nuove soluzioni a queste brusche trasformazioni:  avremo troppa acqua quando non serve e non ne avremo abbastanza quando,  al contrario,  ne avremmo urgente bisogno. La capacità di adattamento  degli assetti attuali di modificarsi a fronte di questi cambiamenti epocali   è pertanto una delle grandi  sfide del nuovo millennio.

Tutto ciò  ha indotto autorevoli studiosi ad affermare che l’acqua rappresenta uno dei  fattori  fondamentali della transizione ecologica  e che non può esistere   vero  ambientalismo senza  nuove idee per il governo della risorsa   non essendo  possibile alcuna transizione senza una trasformazione intelligente del sistema di allocazione dell’acqua integrando sistematicamente le funzioni ecologiche nel modo di ripensare o realizzare le  infrastrutture idrauliche del nuovo millennio.

Venendo ai fatti di casa nostra, non tutti sanno che l’Umbria e la Toscana  – per lo più a loro insaputa – hanno avuto in passato l’opportunità di giovarsi  del pensiero e dell’opera di un grande ingegnere e studioso, pur avendolo osteggiato  e contrastato con ogni mezzo per ragioni che avevano più a che fare con la politica che con l’ingegneria, con l’ idraulica o con l’idrologia. A Filippo Arredi, le cui idee e  le intuizioni in materia di idraulica  hanno reso possibile la realizzazione della gran parte delle opere che oggi tutti considerano indispensabili, a partire dalla formulazione del   “master plan” che ha definito  il sistema dei grandi invasi e degli schemi idrici a servizio del territorio dell’Umbria e della Toscana, siamo debitori di un pensiero “lungo” che ci consente di disporre di infrastrutture che altrimenti non avremmo mai avuto, permettendoci di affrontare con maggiore possibilità di successo i problemi di approvvigionamento che affliggono buona parte delle regioni italiane. Tralasciando il contesto politico-culturale che ha reso possibile la congiunzione astrale che ha portato al felice connubio tra la buona politica e l’alta ingegneria (l’attenzione ai problemi del mondo agricolo mutuato dalla enciclica “Mater et Magistra”  di Giovanni XXIII, gli echi della cosiddetta ”terza via” teorizzata  dal  Codice di Camaldoli che permeano il pensiero sociale cattolico per la ricostruzione del paese  attraverso la partecipazione attiva dello Stato nell’economia),  senza tutto ciò in Umbria non sarebbe stato possibile quanto preso a modello dal Cnr: un progetto di grande respiro per contrastare la carenza idrica, come il piano strategico messo a punto da Umbria Acque, Vus e Auri che prevede di interconnettere i grandi invasi con i principali sistemi idrici regionali.

Se in futuro l’Umbria, come  tutti ci auguriamo, avrà meno problemi di altre aree del paese, sarà solo grazie ad una visione proiettata in avanti in grado  di accompagnare i necessari cambiamenti –  cioè a tutti gli effetti una transizione come la chiameremmo oggi – da una società ad un’altra. Solo grazie alle grandi dighe e agli schemi idrici, seppure non ancora completati,  sarà infatti possibile rifornire i principali schemi acquedottistici,   alimentare  i distretti irrigui più importanti delle regioni Umbria e Toscana che hanno reso possibile la coltivazione di produzioni agricole ad alto valore aggiunto;  ed infine, grazie alla capacità di accumulo/laminazione delle stesse, contribuire in modo determinante  alla regolazione delle aste fluviali del bacino del Tevere migliorando la sicurezza idraulica e mitigando i periodi siccitosi attraverso   deflussi garantiti con continuità dalla presenza di piccole centrali  che producono energia pulita da fonti rinnovabili.

Oggi, però è anche il tempo di compiere  un ulteriore cambio di passo nel modo di affrontare problemi di grande complessità come quelli che deriveranno dai mutamenti climatici. I bisogni di una società moderna imporranno trasformazioni  nelle quali, probabilmente,  lo stato di  natura non potrà essere interamente preservato perché  tutta la storia dell’umanità si è contraddistinta dal  passaggio da una condizione di natura ad una  condizione di cultura. Occorrerà pertanto riformulare  una pianificazione basata  su nuovi profili di rischio, prevedere investimenti in infrastrutture idrauliche che mettano in conto  precipitazioni più variabili, accumulando acqua quando piove per disporne quando non c’è:   in estrema sintesi, di una diversa gestione del territorio e delle sue risorse che consideri lo sfasamento ormai palese tra domanda ed offerta, tra  bisogni e disponibilità della risorsa idrica.  Ed allora, la migliore conoscenza e la comprensione dei meccanismi di reazione e di adattamento  degli ecosistemi –  che non sono mai scritti nei manuali di ingegneria – possono rappresentare, tramite il mix  di “cooperazione umana e  di concorso biologico” che può scaturire dalla accresciuta conoscenza della regole di funzionamento dei processi naturali, le carte vincenti per affrontare una sfida così impegnativa.