di Noemi Matteucci
Vengono da lontano e si sono conosciuti pur abitando lontano uno dall’altro. Hanno alle spalle centinaia di date in tutto il mondo, clinic e collaborazioni con nomi come Joe Satriani. The Aristocrats, trio rock-fusion formato dal chitarrista Guthrie Govan, dal bassista Bryan Beller e dal batterista Marco Minnemann, definiti come i pionieri nell’attuale panorama nel genere, scandagliano il vecchio continente presentando il loro ultimo disco Tres Caballeros. A Terni arriveranno giovedì 11 febbraio alle 21, in esclusiva regionale per la seconda serata di Visioninmusica 2016. A Umbria24 Guthrie Govan racconta del disco, del feeling che contraddistingue la band e del loro rapporto con l’Italia.
Tres Caballeros è il vostro nuovo disco. Lo avete registrato in una delle location più prestigiose del mondo, i Sunset Sound Studios di Los Angeles. Di lì sono passati nomi che hanno fatto la storia della musica come Led Zeppelin e Rolling Stones. Lo considerate un luogo fortunato? La location ha aggiunto un plus alle vostre tracce?
Beh, è molto difficile essere precisi e scientifici rispetto a questo: di certo abbiamo deciso di registrare in quello studio perché volevamo avere a disposizione delle vibrazioni speciali, un’atmosfera speciale e sì, eravamo naturalmente al corrente della musica grandiosa che è stata incisa lì. Credo che abbia fatto molto la differenza a livello psicologico. È come se, in qualche modo, avessimo dovuto suonare in modo diverso, come se il luogo stesso lo avesse reso diverso. Sono elementi che non si possono misurare in maniera scientifica, ma che abbiamo comunque percepito. A influire è stata anche la echo chamber (una sala per registrare con effetto eco, n.d.r.), molto famosa, stanza dalla forma particolare dove è possibile suonare le melodie dei brani registrando il riverbero dei microfoni. In album come quelli di Van Halen, ad esempio, si percepiscono le eco di tutti i bassi. Siamo stati entusiasti all’idea di usare anche noi questo effetto, abbiamo incluso molti brani per catturare l’effetto di questo ambiente, direi, mitico.
Siete insieme dal 2011. Al terzo album, suoni e influenze sono cambiate?
Credo che questo album abbia un sound un po’ più orientato sul genere spaghetti western: ci sono più canzoni nel disco che rievocano le atmosfere del deserto, dei cowboy. Non è stata una scelta deliberata, perché generalmente lavoriamo separatamente registrando tre brani completi ciascuno, individualmente, per poi scambiarceli. Non avevamo idea di come l’album finito avrebbe ‘suonato’ finché non l’abbiamo ascoltato. Penso sia stata una coincidenza, o forse la conseguenza del fatto che durante l’estate scorsa abbiamo viaggiato molto negli Stati Uniti.
La vostra vita musicale include, oltre la band, anche tante altre attività: Govan tiene clinic in giro per il mondo, Minnemann e Beller vengono da tour con grandi nomi come Joe Satriani. Il trio porta a compimento tutte le vostre esperienze o le differenziate tenendole per la vostra personale attività, in qualità di piccoli ‘tesori individuali’?
L’espressione ‘tesori individuali’ mi piace. Credo che a livello musicale abbiamo molto in comune, ed è una delle ragioni per le quali abbiamo creato la band. Tuttavia, abbiamo frequentato scuole in paesi diversi, con fusi orari diversi, ma acquistavamo gli stessi dischi: in senso musicale, è un po’ come se fossimo andati a scuola insieme. Abbiamo gusti musicali leggermente diversi, ma con molti aspetti che si sovrappongono. In particolare, siamo tutti e tre grandi fan di Frank Zappa.
Prima di incidere Tres Caballeros lo avete portato in tour per un road testing. È stato un esperimento o un regalo per i fan?
È iniziato come un esperimento, perché gli altri album sono stati registrati in studio, quindi portati in tour. Il suono si rivelava dopo la creazione del disco. In Tres Caballeros, invece, abbiamo pensato: proviamo a vedere come suonano le canzoni se le eseguiamo in una serie di concerti, così abbiamo avuto un’idea più chiara di cosa funzionava e cosa no e sfruttato l’opportunità di cambiare. In fondo, il nostro obiettivo era di fare un album migliore, e consideriamo questo un regalo per i nostri fan.
Qual è il vostro rapporto con l’Italia?
Personalmente, suono in Italia da anni. Amo questo paese. Sono partito con tour organizzati da Riccardo Cappelli e arrivato qui per partecipare a un campus di chitarra a Siracusa. Da lì ho iniziato a fare tour di clinic, a girare per l’Italia, a suonare nelle scuole di musica, e quando si è creata la band l’ho presentata a Cappelli, che l’ha apprezzata. Amiamo suonare qui, i fan sono accoglienti, caldi, energici, l’entusiasmo arriva dritto sul palco. Siete davvero ‘carichi’! L’Italia ha delle peculiarità uniche, amiamo venire qui a suonare.
Twitter @noemimatteucci
