di Mario Mariano
Sono già tre anni che Antonio Ceccarini è tornato a giocare nella squadra del Cielo, indossando quella maglia biancorossa che gli ha dato gloria imperitura, ritrovando Renato Curi, suo compagno di stanza nei ritiri e nella vita. Familiari ed amici si ritroveranno oggi alle ore 18 nella Chiesa parrocchiale di Ferro di Cavallo per ricordarlo con un pensiero dolce, a dispetto di quel nomignolo – Tigre- che gli è rimasto addosso fino all’ultimo. Solo per le ultime generazioni che magari non sanno il perché gli fosse stato affibbiato. In quel periodo stava avendo un grande successo una campagna pubblicitaria che garantiva a chi riforniva la propria auto di una certa marca di carburante un motore scattante, aggressivo come una tigre. ‘Metti un tigre nel motore’ era lo slogan che bene si addiceva a quel giovanotto originario di Sant’Angelo in Vado, terra non solo famosa per il tartufo, capace di annullare gli avversari giocando sempre sull’anticipo. Per chi non lo avesse visto all’opera nei 7 campionati con il Perugia dell’era Castagner (Ulivieri, Molinari, Giagnoni gli altri allenatori) con 175 presenze con la maglia del Grifo, basterà precisare che nella lunga carriera, iniziata nelle squadre giovanili del suo paese natale, era stato espulso dal campo solo due sole volte. Un dato statistico che strideva con la immagine del difensore rude, quello che non faceva differenza tra caviglia e pallone. Ceccarini aveva una qualità superiore, che gli ha permesso di giocare a livelli ottimali, nonostante una tecnica sufficiente: l’applicazione, la perfetta conoscenza dei propri punti di forza e dei propri limiti.
Il gesto Il goal del pareggio in rimonta all’Inter nel campionato dell’imbattibilità ne fu la conferma. Un goal entrato nella storia del club perché ottenuto in inferiorità numerica, da chi aveva poca dimestichezza con la porta avversaria, ma capace di trovare le energie e il coraggio di andare all’assalto per opporsi a due grandi avversità di quella domenica: l’infortunio a Vannini e un calcio di rigore prima accordato dall’arbitro Longhi e poi rinnegato. Fotogrammi – tra la la deviazione aerea a bucare la porta difesa da Bordon, e poi l’abbraccio dei compagni sotto sotto la Curva Nord – che Ceccarini ha rivisitato nel tempo, mai parlandone per primo perché erano gli altri a scandire le emozioni. Camminava e correva con il petto in fuori, capace di reggere il confronto con il più agguerrito attaccante – potevano essere indifferentemente Bettega o Pulici- ma anche di guardare con fierezza quanti hanno scandito la sua carriera di calciatore e di imprenditore.
Quattro personaggi chiave Personaggi che lo hanno stimato e amato allo stesso modo, da Alberto Burri che in quel biondino si rivedeva perché tutti e due avevano vestito la maglia biancorosso del Città di Castello, a Silvano Ramaccioni che lo aveva scoperto in un torneo estivo a Pistrino. E poi a Ilario Castegner, che ci pensò su un attimo prima di dargli la maglia da titolare, senza mai più toglierla. Ed infine negli incroci della vita, una volta attaccati gli scarpini al chiodo, arrivò Brunello Cucinelli, che stava per spiccare il volo come imprenditore. Quattro uomini che hanno contraddistinto la vita del Tigre , ma nulla sarebbe mai stato uguale senza quel gesto atletico che Silvano Ramaccioni fissò nella sua mente e che cambiò il destino di quel ragazzino che sembrava uno dei tanti. Ed invece… «Mi bastò vederlo in una rovesciata in piena area di rigore, salire tanto in alto, con tempismo e coraggio, per togliere un pallone all’attaccante che stava per segnare, per capire che quel biondino avrebbe fatto strada anche lontano da un campo in terra battuta» , raccontò al cronista il baffuto direttore sportivo nell’estate del ’76 per motivarne l’ingaggio dal Catania, dove era approdato perché lui stesso lo aveva segnalato a Guido Mazzetti. Una rovesciata in un campo di periferia e un goal in serie A in uno stadio stracolmo di gente, e nel mezzo tante altre storie, a cominciare da quella che non si è mai interrotta, con Grazia la moglie, Matteo e Gaia i figli e con i tanti che oggi gli rivolgono il pensiero. La conferma arriva anche da Matteo: «La mia famiglia è stata sempre defilata, a mio padre non è mai piaciuta la passerella, piuttosto la concretezza. Il comune di Sant’Angelo in Vado lo ha ricordato dedicandogli lo stadio, non saremo certo noi come famiglia a chiedere a quello di Perugia una intitolazione per ricordare mio padre. A noi basta il gran bel ricordo della gente».
