di Barbara Isidori
A Perugia il 30 ottobre è una di quelle giornate un po’ così. Tristi, malinconiche e dedicate al ricordo indimenticabile di Renato Curi. Un legame indissolubile lega la città a quel mitico numero 8 biancorosso che perse la vita proprio sul rettangolo verde dell’impianto perugino. Era un pomeriggio piovoso e si giocava Perugia-Juventus. Era il 30 ottobre 1977. Gli umbri, guidati da Ilario Castagner, sono protagonisti di un piccolo miracolo di provincia e benché il campionato tocchi quel giorno appena la quinta giornata, il primo posto in graduatoria a pari merito con le grandi Juventus e Milan ha acceso nuovamente i riflettori su questa nuova realtà del calcio italiano. In mezzo al campo a correre come un dannato il piccolo, ovviamente per la statura di 165 cm, che nel primo tempo si era infortunato leggermente per uno scontro di gioco con Causio. Fine primo tempo e via la ripresa con Renato di nuovo in campo. Ma passano appena 5 minuti e arriva la tragedia. Il numero 8 del Perugia si accascia improvvisamente al suolo. I giocatori intorno a lui cominciano a gesticolare forsennatamente e la barella lo porta via dal rettangolo verde completamente esamine. I medici del Perugia fanno il possibile e la corsa in ambulanza verso l’ospedale si rivela vana. Curi arriva praticamente senza vita e mentre allo stadio la partita continuava con l’ansia dei tifosi del Grifo alle 16.30 in contemporaneità con il triplice fischio dell’arbitro Mengali, Curi viene dichiarato ufficialmente morto. Il suo cuore aveva smesso di battere mentre il cielo continuava a piangere incessantemente. Esattamente come il pubblico dello stadio.
Ma chi era Renato Curi? E’ nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 e cresciuto nel Giulianova, con cui aveva esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da titolare a diciassette anni, segno di un talento autentico. Instancabile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent’anni, la prima occasione gliel’aveva offerta il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Allora lo aveva preso Castagner al Perugia, venendone ripagato con la pronta promozione in A. Una carriera brevissima spezzata a soli 24 anni per quel “cuore matto” come lui stesso lo definiva alla stampa. «Non so dire come mai corro tanto. Ho polmoni come gli altri, una certa vocazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Dicevano che ero malato, pensate un pò. Dal Giulianova al Como ebbi un intoppo. E mi mandarono al centro tecnico di Coverciano perché il cuore aveva battiti irregolari. Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi. Quando corro, quando mi affatico, i battiti diventano perfetti. Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamavano appunto Cuore matto».
Ricordo Il mito di Renato Curi continua di anno in anno per tutte le generazioni dei tifosi biancorossi. Un nome, un mito, la storia del Grifo. Per chi c’era quel maledetto 30 ottobre 1977, per chi era piccolo e non se lo ricorda, per chi è nato anni e anni dopo. Perché quel numero resta indelebile per chiunque. Perché Curi è morto a Perugia per la sua passione per il calcio e il Perugia. E allora via al tam tam sui social network dei tantissimi che hanno postato la foto del giocatore, pensieri e memorie di un piccolo grande campione.
La messa Come di consueto anche quest’anno la società perugina ha organizzato una messa per l’anniversario della sua morte. Vista però la trasferta a Crotone la celebrazione è stata spostata a lunedì 3 novembre alle 17.30 nel piazzale antistante lo spogliatoio.
