Il capitano biancorosso Gianpiero Clemente (Foto F.Troccoli)

di Mario Mariano

Matteo ha sette anni, frequenta la seconda elementare e la Scuola calcio del Perugia, categoria «pulcini». Lunedì ha visto la televisione e ha capito che era una brutta giornata per lo sport che ama. «Ho provato a spiegargli di quali colpe si sono macchiati i calciatori, ma non è stato facile. Quando hai la morte nel cuore non trovi mai le parole giuste specie quando devi parlare con un bambino». Giampiero Clemente, il simbolo principe del Perugia della rinascita, scandisce i concetti per sgombrare il campo da ogni dubbio: «La giustizia sportiva e penale deve fare una operazione di pulizia senza guardare in faccia nessuno. Le mascalzonate sono troppo gravi per pensare che possano esserci errori o fraintendimenti. Sono mesi che le Procure di mezza Italia stanno indagando sul fenomeno delle scommesse. Questi ne hanno fatte di cotte e di crude. Devono essere radiati. Con Matteo, mio figlio che la maglia del Perugia non se la vuole togliere neppure quando va a letto, cerco le parole per fargli capire bene che cosa siano le scommesse e le partite truccate, ma a quel giovane operaio che si alza alle 4 della domenica per seguire la squadra del cuore, fa più di mille chilometri in pullman e mangia tre panini per rientrare a casa 24 ore dopo, cosa vogliamo dire?».

Un privilegiato Clemente la pensa esattamente come Michel Platini, presidente dell’Uefa al secondo mandato ed autorevole candidato alla successione di Joseph Blatter alla guida della Fifa: radiazione, niente sconti, nessuna attenuante. Se gli inquirenti che lavorano da mesi sullo scandalo hanno firmato gli arresti significa che hanno le prove. In molti casi prove schiaccianti, documenti, addirittura filmati e fotografie. «Da quando gioco al calcio – osserva Clemente ho sempre pensato che siamo dei privilegiati, faccio un lavoro che mi piace e mi pagano pure, cosa posso chiedere di più alla vita? Non ho avuto contratti importanti nella mia carriera, ma sono strafelice di quello che ho fatto. A casa mia non si fanno spese folli, so bene che quando attaccherò le scarpette al chiodo inizierà tutta un’altra vita. Non vorrei passare per un eroe, ma per una persona normale: questa storia delle scommesse mi fa stare male, stavolta proprio non so immaginare come potremo uscirne».

I riconoscimenti ottenuti nella sua magica stagione con la maglia numero 10 del Grifo si susseguono senza fine

«Ho vissuto un anno speciale a Perugia, hanno detto che ero un lusso per la Seconda divisione, ma io ho giocato anche in Prima ed eccetto l’anno in cui ho avuto Acori come allenatore, ho chiuso sempre la classifica cannonieri in doppia cifra, 19 e 15 reti negli ultimi anni con il Benevento. Sarò molto soddisfatto se si continuerà a sostenere nel prossimo futuro che sono un lusso!».

Perché Clemente si è ambientato alla svelta a Perugia e soprattutto perché ha stabilito un rapporto eccellente con i tifosi?

«Provo a dare un paio di spiegazioni: la gente ha capito che mi considero uno di loro, non sono mai salito non dico sul piedistallo, ma neppure su un gradino: la mia altezza è quella, e sono compagni e tifosi a decidere se ho le qualità tecniche ed umane per essere un leader ed un capitano. Non mi piace essere autoreferenziale, conosco le insidie del calcio, gli alti ed i bassi che un calciatore può avere anche durante una stagione. E’ capitato anche a me: la squadra ha avuto una flessione ed io pure. Ecco, lì ho visto quel che ogni giocatore vuole vedere: la fiducia dei propri dirigenti e dell’allenatore, fiducia magari rafforzata nei momenti meno felici. Moneti e Santopadre sono stati bravissimi, e lo è stato anche Battistini».

Quando Clemente segnava gol a grappoli, tutti a salire sul carro del vincitore: anche lei ha avuto questa sensazione?

«Credo di conoscere bene la verità e se la dico è perché qualcuno ha tentato di sminuire i meriti di altri: so chi mi ha davvero voluto al Perugia, chi ha lottato per convincermi che valeva la pensa tentare questa carta anche se avevo diverse richieste. Non so chi ha dato le mie referenze ad Arcipreti, però posso dire che è stato lui a chiamarmi, ad incontrarsi con me, a dirmi che avrebbe fatto di tutto e di più perché accettassi. Lui e Moneti mi hanno convinto quando sembrava che la trattativa stava per saltare. Secondo lei che interesse ho se non allargo ad altri il merito di avermi portato in C2?».

E’ stata importante la voce più autorevole dello spogliatoio affinché le vicende societarie prendessero una certa piega?

«Se dico che Moneti e Santopadre per me sono i migliori presidenti al mondo non lo dico certo per piaggeria. Lo affermo perché ne sono convinto ma soprattutto perché hanno saputo stare vicino alla squadra nel momento più difficile, quando poteva anche finire male, perché in giro c’era tanta confusione. Mi sono chiamato fuori dalle questioni societarie perché il mio ruolo era un altro, ma è chiaro che certe idee me le sono fatte e con me i miei compagni. Per come si stavano mettendo le cose ci è andata di lusso: occorreva chiarezza e quella c’è stata».

I più hanno pensato che Battistini non venisse confermato e che il contratto di Clemente non fosse prolungato.

«La mia voglia di restare a Perugia è fortissima. Per un palermitano resta sempre difficile vivere lontano dalla propria terra, ma dopo Palermo la prima città dove mi piacerebbe vivere con la mia famiglia, per la qualità della vita, e per come ci siamo ambientati, questa è Perugia».

Molti protagonisti della promozione in Prima divisione stanno per lasciare il club: un pensiero per loro.

«Più che un pensiero, un sentimento forte: il rapporto di amicizia resterà con tutti, perché la compattezza del gruppo è stata forte. Quando gioisci o ti disperi con compagni con i quali poi raggiungi un obbiettivo, scrivi una pagina importante della tua vita».

Clemente, ci faccia una sua classifica personale: quali sono i cinque calciatori della storia del Perugia che preferisce?

«Comincio dalla quinta posizione: Materazzi. Un guerriero, uno che ha saputo sempre mettersi in discussione, che è partito dal basso per arrivare ai massimi livelli, ma che proprio a Perugia ha trovato la sua dimensione. Al quarto posto ci metto Nakata, perché ambientarsi subito in Italia, in una squadra di provincia non deve essere stato facile. Ho visto dei filmati, una corsa elegante, efficace, una tecnica messa sempre al servizio della squadra. Davvero un grande. Al terzo posto ci metto Rapajc, me ne parlano spesso i tifosi della Curva Nord e chi lo ha conosciuto da vicino, come Luchini ed Ercoli, parlano non solo di genio e sregolatezza ma anche di un autentico trascinatore, un orgoglioso, uno che le dava e le prendeva senza mai scomparsi. Un attaccante di razza perché potente e utile per il collettivo. Al secondo posto il mio idolo Giovanni Tedesco, palermitano come me, un esempio in campo e fuori: è inutile che mi prolungo, chi lo ha visto in azione sa di chi parlo».

Il cronista non nega di essere stato preso in contropiede al nome del primo della classica secondo Clemente: Renato Curi. Ma lei, scusi, cosa ne sa di Curi? Non lo ha visto se non in fotografia o in qualche spezzone di filmato magari in bianco e nero.

«Vero, tutto vero, però io ho fatto questo ragionamento che mi ha aiutato tantissimo a calarmi nella città che ho scelto e nella squadra in cui sono onorato di giocare: se dopo più di 30 anni l’affetto verso questo calciatore è sempre lo stesso e magari aumenta; se i tifosi che come me non l’hanno visto giocare lo portano ad esempio a noi, allora vuol dire che Renato era un grande come calciatore e come uomo. E poi avergli dedicato lo stadio dà giusta gloria ad un personaggio che ha dato la vita per quella maglia, rendendo orgogliosi del suo sacrificio la sua famiglia e quanti lo hanno amato».

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