di Mario Mariano
La carta di identità dice 80 e quella non bluffa mai. Ma la prima immagine, quella alla quale siamo più affezionati, è quella di un biondino di belle speranze, ambizioso timido o comunque riservato. Ricordo bene quel martedì precedente il debutto in campionato. Era l’estate del ‘74, Ilario Castagner era il più giovane allenatore professionista. Un inizio in salita, prestazioni deludenti, sconfitte assortite perfino contro i dilettanti del Città di Castello; qualcuno arrivò perfino ad ipotizzare che quel giovanotto fosse acerbo e partire con lui sarebbe stato un salto nel buio. Fermai Ilario Castagner per un’intervista sul piazzale degli spogliatoi del Santa Giuliana e ricordo bene di avergli detto: «Scusi, mister, ma se le cose stanno così lei ci ha preso in giro; un mese fa ha parlato di una squadra all’olandese, ma per ora i tulipani sono rimasti un sogno». Castagner abbozzò un sorrisetto amaro e aggiunse: «Chiedo ancora un po’ di tempo e presto vedrete di cosa saremo capaci». Ebbe ragione lui e il debutto in campionato fu così scoppiettante che già alla terza giornata – vittoria con gioco di alto livello contro il Foggia di Toneatto – ebbero già inizio i sogni di gloria.
Cosa era accaduto di così miracoloso per capovolgere la situazione nel giro di una settimana? Una sorta di sblocco psicologico della squadra preoccupata dalla sentenza della Commissione Disciplinare a proposito del cosiddetto “processo di Parma”. Alla notizia dell’assoluzione – un capolavoro di strategia giuridica e di comunicazione dell’avvocato Dean – la squadra prese a correre, ad esprimere un gioco che si affinò domenica dopo domenica. Castagner avrebbe potuto gonfiare il petto, contestare quella provocazione del cronista, ed invece il rapporto con chi frequentava gli allenamenti si rafforzava di settimana in settimana, al punto che c’era spazio per i giornalisti dentro lo stanzino di Castagner e Molinari.
Lo stile Castagner ha fatto storia e proselitismo, trasmesso poi ai tanti calciatori che lo hanno conosciuto da vicino. Tra i mille aneddoti da ricordare oggi che Ilario festeggia i suoi 80 anni, ci sarebbe quello della sua disponibilità ad accogliere i giornalisti nello spogliatoio suo e di Giampiero Molinari. C’era un clima di intesa che si era rafforzata nel tempo, dal rapporto formale a quello confidenziale, ma sempre nel rispetto dei ruoli e forse Ilario già in quei primi anni cominciò a sognare di impegnarsi anche con microfono e taccuino quando se ne fosse presentata l’occasione.
Castagner ha goduto, salvo nel periodo milanese, prima alla guida del Milan e poi dell’Inter, di una stampa sportiva schierata dalla sua parte. Non solo per il garbo nella relazione, ma anche e soprattutto per i risultati ottenuti. In maniera superficiale gli vengono attribuiti meriti circoscritti solo alle sette straordinarie stagioni al Perugia, ma anche al Milan fece benissimo: oltre alla promozione dalla B alla A, con distacco siderale sulla seconda, lanciò molti giovani e tra questi Baresi ed Evani, che sarebbero stati i capisaldi delle gestioni successive (e Sacchi potrebbe solo confermare). Ed ancora: nel primo anno alla guida dell’Inter, si piazzò al secondo posto alle spalle della Juventus. Mica male, eppure anche Pellegrini, il presidente che lo ha preceduto di pochi giorni nel traguardo degli 80 anni, storse il naso.
Se Castagner ha viaggiato a fase alterne lontano da casa, è piuttosto dovuto al fatto che gli è sempre pesato tantissimo vivere lontano dalla famiglia. La moglie Liliana, i figli Francesco, Federico e Laura hanno rappresentato un ruolo straordinario nella vita professionale di Ilario. Immaginarlo vivere felice nei quattro anni vissuti a Milano in un residence che pur ospitava personaggi del mondo della moda, è impossibile. Era una palazzina che già all’esterno trasmetteva tristezza, non una hall, qualche quadro anonimo alle pareti, una sorta di rifugio con il solo vantaggio di trovarsi in una zona ben collegata della città. Per dire quanto la famiglia fosse coinvolta basterà un aneddoto.
Castagner era appena stato esonerato dall’Inter e il giornale mi chiese di raccontare la sua prima domenica da disoccupato. Ilario acconsenti e ricordo bene quel dopo pranzo: i figli in camera, con la porta aperta ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”. Uno, due collegamenti da San Siro con il risultato fermo sullo 0-0. Ad un tratto la voce di Enrico Ameri che spezza il silenzio: «Inter in vantaggio, azione travolgente sulla destra, cross al centro per Altobelli che realizza con una girata di destro. Possiamo dire – sottolineò Ameri – che già si vede la mano di Corso…». Un urlo disumano si alzò potentissimo, un “no” urlato a squarciagola da Federico, ferito da quel giudizio e quella disapprovazione finì nel titolo dell’articolo. Settimane dopo il caso volle che una domenica mattina in centro a Milano incontrai Ameri che ricordava bene quel titolo («Mi hai trattato male»), disse con un sorriso buono. Ma riconobbe che quella «mano di Corso», dopo solo tre allenamenti, era stata una esagerazione.
Impensabile trasferire la famiglia nelle varie destinazioni ed allora ecco Laura in pullman raggiungere Ascoli già a metà settimana per coccolare il papà. Il meglio di sé Castagner lo ha dato raggiungendo la sera la collina di Lacugnana, lì nel suo buen ritiro, trovava l’energia giusta per recuperare sette punti dal Torino in 12 partite e tornare in serie A, oppure ricaricare le batterie dopo il braccio di ferro con Luciano Gaucci. Auguri Ilario, questa volta più che mai festeggerai il compleanno in famiglia, ma idealmente saranno in tantissimi ad alzare idealmente il calice con te. Prosit di lunga vita.
