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venerdì 22 ottobre - Aggiornato alle 19:02

Uj, Daniele Di Bonaventura e la sua Band’Uniòn mediterranea: «Il jazz oltre lo swing»

L’intervista dopo il concerto del 18 luglio alla Galleria nazionale. Proseguono gli appuntamenti di Umbria jazz alla sala Podiani con ‘Jazz goes to the museum’

Di Bonaventura e compagni sul palco della Sala Podiani

di Angela Giorgi

Riscoprire i suoni della terra e del passato, ritornare al Mediterraneo con l’America negli occhi: nel progetto Band’Uniòn (Marcello Peghin alla chitarra a 10 corde, Felice del Gaudio al contrabbasso e Alfredo Laviano alle percussioni), Daniele Di Bonaventura e il suo bandoneon si servono della lezione dell’improvvisazione jazzistica per riappropriarsi di una tradizione musicale autoctona. Più vicini alla canzone popolare e alla colonna sonora, colori e atmosfere del progetto abbandonano una concezione troppo canonica del jazz, per valorizzarne invece l’attitudine libertaria e la tendenza alla contaminazione. In un’intervista a Umbria24, Di Bonaventura racconta Band’Uniòn, dopo il concerto alla Galleria nazionale dell’Umbria di mercoledì 18 luglio, all’interno del format ‘Jazz goes to the museum’.

Il progetto Band’Uniòn. Cosa può dirci del nuovo disco ‘Garofani rossi’?
«Oggi ho presentato il progetto solo in parte, non integrale. ‘Garofani rossi’ è un disco che abbiamo fatto qualche mese fa, incentrato sui canti della resistenza e delle rivoluzioni del mondo. Ne è uscita una prima stampa, ma sarà pubblicato ufficialmente per la Tuk Music di Paolo Fresu in aprile. Oggi ne abbiamo proposto un’anteprima. Il disco è dedicato a un mio carissimo amico fotografo, Mario Dondero, storico esponente del fotogiornalismo italiano, che ha documentato tutti i più importanti eventi degli ultimi quarant’anni. Viveva a Fermo, nonostante non fosse fermano come me. Eravamo molto amici ed è venuto a mancare due anni fa. Mi sembrava doveroso dedicare il disco a lui perché è stato anche partigiano».

La vostra storia parte da lontano e si incontra con i più disparati generi musicali. Quali sono le caratteristiche più rappresentative del progetto?
«Con la formazione Band’Uniòn ormai suoniamo insieme da 15 anni, Marcello Peghin viene dalla Sardegna, Felice Del Gaudio dalla Lucania, Alfredo Laviano è il percussionista. È un gruppo con cui ormai facciamo qualsiasi cosa, mi trovo molto bene con loro perché abbiamo la stessa filosofia, È un gruppo molto particolare perché ognuno di loro ha una caratteristica dello strumento che si incastra perfettamente con i rispettivi gusti estetici. Il sound è molto incentrato sul mondo latino e mediterraneo, non c’è swing in questo gruppo. Questo sound, secondo me, ricorda quasi più il folclore che un altro genere: abbiamo fatto anche pezzi del folclore abruzzese e facciamo un pezzo di folclore argentino. Ovviamente il bandoneon è lo strumento tipico del tango, però io non suono tango e mi piace usarlo nella maniera più personale possibile, più “mediterranea” possibile».

Questo sound mediterraneo come si inserisce nel cartellone di un festival jazz?
«Secondo me il jazz ormai non è più da pensare come swing, come il jazz “di Louis Armstrong”. Ormai il jazz è un approccio, un modo di fare musica, e in questo progetto è proprio la contaminazione il punto centrale. Il jazz, nei primi anni del Novecento, nasce proprio come contaminazione di vari linguaggi. Noi, vivendo in Italia, io addirittura nelle colline delle Marche, voglio far ritornare questo approccio a una tradizione, a un sapore della terra più vicino alle mie origini. Non essendo nato in America e non avendo fatto studi in America, mi piace prendere questa tecnica dell’improvvisazione, di “meticciare” la musica e farne una cosa mia personale, più legata alla mia terra, senza tradire lo spirito della contaminazione. Questa è la cosa più importante».

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