San Francesco e Papa Francesco

di Maurizio Troccoli

Chi non ricorda i dubbi espressi da molti sul nome di Francesco che il Papa si è voluto dare appena dopo la fumata bianca? E bene, dopo l’intervista, o meglio, l’incontro tra il fondatore di Repubblica e Papa Francesco ogni dubbio è dissipato e la vicinanza del nuovo Pontefice al Poverello d’Assisi è ufficialmente dichiarata nella sua più sincera espressione. Forse si è toccata una delle punte più alte e una delle aprture più ampie del dialogo tra atei e credenti con l’incontro di Scalfari e Papa Francesco nell’intervista esclusiva pubblicata questa mattina. E tra le tantissime suggestioni e sorprese, a pochi giorni della sua visita ad Assisi (ecco tutti i luoghi della visita), è quasi impossibile rinunciare di riproporre quel passaggio in cui il Papa parla di San Francesco: «Il santo più vicino all’anima mia».

Eugenio Scalfari, invitato attraverso una telefonata a raggiungerlo in Vaticano, incontra Papa Francesco e in un passaggio di una lunga e sorprendente intervista si rivolge a lui dicendogli: Posso chiederle, Santità, quali sono i santi che lei sente più vicini all’anima sua e sui quali si è formata la sua esperienza religiosa?

«San Paolo è quello che mise i cardini della nostra religione e del nostro credo. Non si può essere cristiani consapevoli senza San Paolo. Tradusse la predicazione di Cristo in una struttura dottrinaria che, sia pure con gli aggiornamenti di un’immensa quantità di pensatori, di teologi, di pastori d’anime, ha resistito e resiste dopo duemila anni. E poi Agostino, Benedetto e Tommaso e Ignazio. E naturalmente Francesco. Debbo spiegarle il perché?».

Francesco, mi sia consentito a questo punto di chiamare così il Papa – dice Scalfari – perché è lui stesso a suggerirtelo per come parla, per come sorride, per le sue esclamazioni di sorpresa o di condivisione, mi guarda come per incoraggiarmi a porre anche le domande più scabrose e più imbarazzanti per chi guida la Chiesa. Sicché gli chiedo: di Paolo ha spiegato l’importanza e il ruolo che ha svolto, ma vorrei sapere quale tra quelli che ha nominato sente più vicino all’anima sua?

«Mi chiede una classifica, ma le classifiche si possono fare se si parla di sport o di cose analoghe. Potrei dirle il nome dei migliori calciatori dell’Argentina. Ma i santi…».

Si dice scherza coi fanti, conosce il proverbio?

«Appunto. Tuttavia non voglio evadere alla sua domanda perché lei non mi ha chiesto una classifica sull’importanza culturale e religiosa ma chi è più vicino alla mia anima. Allora le dico: Agostino e Francesco».

Non Ignazio, dal cui Ordine Lei proviene?

«Ignazio, per comprensibili ragioni, è quello che conosco più degli altri. Fondò il nostro Ordine. Le ricordo che da quell’Ordine proveniva anche Carlo Maria Martini, a me ed anche a lei molto caro. I gesuiti sono stati e tuttora sono il lievito — non il solo ma forse il più efficace — della cattolicità: cultura, insegnamento, testimonianza missionaria, fedeltà al Pontefice. Ma Ignazio che fondò la Compagnia, era anche un riformatore e un mistico. Soprattutto un mistico».

E pensa che i mistici sono stati importanti per la Chiesa?

«Sono stati fondamentali. Una religione senza mistici è una filosofia».

Lei ha una vocazione mistica?

«A lei che cosa le sembra?».

A me sembra di no.

«Probabilmente ha ragione. Adoro i mistici; anche Francesco per molti aspetti della sua vita lo fu ma io non credo d’avere quella vocazione e poi bisogna intendersi sul significato profondo di quella parola. Il mistico riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini. Brevi momenti che però riempiono l’intera vita ».

A Lei è mai capitato?. A questo punto interrompiamo momentaneamente l’intervista per un breve inciso con il quale si sottolinea come Francesco rivela, per la prima volta, una di quelle esperienze che è molto più probabili restino segrete non soltanto per il fatto che sono avvenute durante il conclave. Ed è relativa al suo sentimento e alla sua esperienza mistica appena gli è stata rivolta la richiesta di accettare oppure rifiutare l’elezione a pontefice. Il Papa quindi risponde a Scalfari:

«Raramente. Per esempio quando il Conclave mi elesse Papa. Prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. Ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembrò lunghissimo. Poi la luce si dissipò io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinal Camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’“Habemus Papam”».

Rimanemmo un po’ in silenzio – continua l’articolo di Scalfari -, poi dissi: parlavamo dei santi che lei sente più vicini alla sua anima ed eravamo rimasti ad Agostino. Vuole dirmi perché lo sente molto vicino a sé?

«Anche il mio predecessore ha Agostino come punto di riferimento. Quel santo ha attraversato molte vicende nella sua vita ed ha cambiato più volte la sua posizione dottrinaria. Ha anche avuto parole molto dure nei confronti degli ebrei, che non ho mai condiviso. Ha scritto molti libri e quello che mi sembra più rivelatore della sua intimità intellettuale e spirituale sono le “Confessioni”, contengono anche alcune manifestazioni di misticismo ma non è affatto, come invece molti sostengono, il continuatore di Paolo. Anzi, vede la Chiesa e la fede in modo profondamente diverso da Paolo, forse anche perché erano passati quattro secoli tra l’uno e l’altro».

Qual è la differenza, Santità?

«Per me è in due aspetti, sostanziali. Agostino si sente impotente di fronte all’immensità di Dio e ai compiti ai quali un cristiano e un Vescovo dovrebbe adempiere. Eppure lui impotente non fu affatto, ma l’anima sua si sentiva sempre e comunque al di sotto di quanto avrebbe voluto e dovuto. E poi la grazia dispensata dal Signore come elemento fondante della fede. Della vita. Del senso della vita. Chi è non toccato dalla grazia può essere una persona senza macchia e senza paura come si dice, ma non sarà mai come una persona che la grazia ha toccato. Questa è l’intuizione di Agostino».

Lei si sente toccato dalla grazia?

«Questo non può saperlo nessuno. La grazia non fa parte della coscienza, è la quantità di luce che abbiamo nell’anima, non di sapienza né di ragione. Anche lei, a sua totale insaputa, potrebbe essere toccato dalla grazia».

Senza fede? Non credente?

«La grazia riguarda l’anima».

Io non credo all’anima.

«Non ci crede ma ce l’ha».

Santità, s’era detto che Lei non ha alcuna intenzione di convertirmi e credo che non ci riuscirebbe.

«Questo non si sa, ma comunque non ne ho alcuna intenzione».

E Francesco?

«È grandissimo perché è tutto. Uomo che vuole fare, vuole costruire, fonda un Ordine e le sue regole, è itinerante e missionario, è poeta e profeta, è mistico, ha constatato su se stesso il male e ne è uscito, ama la natura, gli animali, il filo d’erba del prato e gli uccelli che volano in cielo, ma soprattutto ama le persone, i bambini, i vecchi, le donne. È l’esempio più luminoso di quell’agape di cui parlavamo prima». Ancora un inciso per dire che in un precedente passaggio dell’intervista il Papa ha spiegato come l’agape sia l’amore totale verso gli altri: «È l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune»

Ha ragione Santità, la descrizione è perfetta – dice Scalfari al Papa appena dopo il Papa ha descritto la figura di San Francesco -. Ma perché nessuno dei suo predecessori – continua Scalfari – ha mai scelto quel nome? E secondo me, dopo di Lei nessun altro lo sceglierà?

«Questo non lo sappiamo, non ipotechiamo il futuro. È vero, prima di me nessuno l’ha scelto. Qui affrontiamo il problema dei problemi. Vuole bere qualche cosa?».

Grazie, forse un bicchiere d’acqua.
Si alza, apre la porta e prega un collaboratore che è all’ingresso di portare due bicchieri d’acqua. Mi chiede se vorrei un caffè, rispondo di no. Arriva l’acqua. Alla fine della nostra conversazione il mio bicchiere sarà vuoto, ma il suo è rimasto pieno. Si schiarisce la gola e comincia.

«Francesco voleva un Ordine mendicante ed anche itinerante. Missionari in cerca di incontrare, ascoltare, dialogare, aiutare, diffondere fede e amore. Soprattutto amore. E vagheggiava una Chiesa povera che si prendesse cura degli altri, ricevesse aiuto materiale e lo utilizzasse per sostenere gli altri, con nessuna preoccupazione di se stessa. Sono passati 800 anni da allora e i tempi sono molto cambiati, ma l’ideale d’una Chiesa missionaria e povera rimane più che valida. Questa è comunque la Chiesa che hanno predicato Gesù e i suoi discepoli».

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