di Arianna De Angelis Marocco
San Simone, 6 Luglio 2023, l’Apocalisse. Così potremmo esordire nel tentativo, fallimentare in partenza, di descrivere a cosa il pubblico della 66esima edizione del Festival di Spoleto ha assistito per lo spettacolo Lento e Largo, il primo della trilogia firmata dal binomio Jonas&Lander.
Jonas&Lander al Festival di Spoleto Siamo nel futuro? Assistiamo a un docufilm sull’evoluzione della specie umana? Si tratta di un disastermovie dove all’alba dell’apocalisse le macchine dominano sull’umano? Il contesto visivo, sonoro, illuminotecnico che lo spettacolo offre, lascia una straordinaria opportunità interpretativa e concede il privilegio della riflessione.
Umani specie ignota Un robot appare sulla scena, davanti un microfono tutto per lui, punto di contatto con gli abitanti del palcoscenico. Uomini e donne, i loro corpi nudi, con il sesso camuffato da un nastro nero, un’immagine che rimanda al feticismo. Uomini e donne che non sembrano umani, una specie ignota a questo pubblico, simili ad anfibi, che si muovono scivolando come foche su una scena viscida e bagnata.
Droni in volo sulla scena Siamo spettatori e osservatori di un habitat non collacabile nella realtà, nel quale uomini e donne coesistono mostrando le usanze rituali sessuali, alimentari e di relazione sotto l’ispezione di droni che volano sulla scena dandoci suggestioni a tratti inquietanti. Jonas Lopes e Lander Patrick, ricamano una tessitura di dettagli che delinea ogni interpete in scena così minuziosamente da rendere credibile anche il surreale.
Circo futurista Sono corpi dilaniati, martorizzati, a tratti volgari, eccessivi, esasperati nel movimento e nel suono, alieni o uomini involuti, nell’idea di una sorta di evoluzione della specie che parte dall’essere informe per approdare al Sapiens in relazione alla macchina. Un circo futurista, spiato da occhi metallici e umani.
Robot più empatici dell’uomo «La macchina sembra diventare la parte più umana dell’intero spettacolo». Questa riflessione, raccolta da un giovane spoletino, a fine spettacolo, definisce Lento e Largo. Il robot è, infatti, l’elemento in scena che apre la comunicazione verbale, indagando con un sequel di domande piuttosto generiche sulle abitudine, gusti e percezioni degli abitanti della scena fino ad arrivare al dialogo con il pubblico, fino a portare il pubblico ad abbracciarsi. La macchina crea l’empatia, fino a quel momento mancante, nella relazione con i soggetti in scena e fuori.
Ispirato a Bosch Nonostante qualche soffio di grottesca ironia che alleggerisce il carico di un’estetica esasperata e apocalittica, evidentemente ispirata dalla visione di Hieronymus Bosch, il climax è affannoso, drammatico, imbarazzante, velatamente violento. E’ uno spettacolo che vanta una fotografia ricercata, un disegno articolato di movimento nell’accezione meno standardizzata del termine, un mosaico di musiche e luci in costante dialogo. Siamo in un presente futurista che racconta l’evoluzione e l’involuzione.
Applausi generosi Senza scomodare l’oggettivo e il soggettivo, i protagonisti di questa rappresentazione, Jonas&Lander compresi, sono performer, danzatori, mimi, attori che costruiscono suggestioni prepotenti, crude, degne di un professionismo e di una padronanza scenica che pochi artisti possono vantare. La luce si spegne e gli applausi irrompono senza soluzione di continuità, generosi e reiterati. Non è prioritario definire drammaturgicamente cosa è accaduto, è necessario accorgersi che si esce diversi da come si è entrati.
