di Arianna De Angelis Marocco

«Buonasera Spoleto». Così Ben Bohmer, compositore tedesco, classe 1993, rompe il silenzio e dà il via al suo concerto nella cornice del Romano per la 68esima edizione del Festival di Spoleto. Tra i nomi più interessanti della nuova scena elettronica, produttore e musicista che incarna commistioni tra deep house, inserti melodici e strati sonori ambient, Bohmer a Spoleto costruisce una narrazione sonora di 90 minuti, che diventa un viaggio metaforico nella sua visione artistica.

Un palco nel palco è l’immagine che meglio descrive l’impianto scenografico scelto per questa cornice inusuale, per chi – come Bohmer – ha suonato in contesti come il Coachella o il Sonar. Una pedana in primo piano: sintetizzatori e pianoforte in evidenza, mentre lui, in abito nero e scarpe bianche, è circondato da una gabbia di luci che ne definiscono gli spazi e amplificano la potenza musicale, espandendola verticalmente oltre le mura strutturali del Romano.

Bohmer si muove con naturalezza, danzando ritmicamente con le sue macchine, quasi in simbiosi. L’immagine del suo volto, proiettata in tempo reale su un ledwall rettangolare, ne coglie le espressioni più intime, in una trance nella quale l’artista cade generosamente per tutto il concerto. Proiezioni tra il puro astrattismo e la visual art fanno da sfondo non invadente a quello che si trasforma presto in un dialogo disinibito tra pubblico e artista.

Il pubblico – eterogeneo, trasversale – inizia a muoversi già dopo i primi minuti, restando ancora seduto. L’energia cresce in fretta e il pubblico del Romano, sold out per l’evento Böhmer, esplode in piedi dopo appena dieci minuti dall’inizio. Quello che ci troviamo ad osservare è una visione inedita dello spazio, abituato ad ospitare una diversa postura del pubblico che, in questo infrasettimanale festivaliero, sceglie di danzare, libero e disinibito, sulle note multisensoriali di Ben Böhmer.

La sua sonorità raffinata, stratificata, base house contaminata da melodie delicate, voci suadenti, interventi di piano suonato dal vivo, è una musica leggera ma profonda, fisica ma eterea. Costruisce una sinergia autentica con il pubblico: lo invita a tenere il tempo, a partecipare. Le luci si allungano sugli spettatori, li chiamano dentro lo spazio sonoro, diventano parte della narrazione dell’artista che non dimentica di ringraziare con cuori e sorrisi presenti.

Il concerto si chiude, Bohmer esce di scena, il pubblico lo richiama affamato e l’artista prende il microfono. Poche parole per ringraziare e raccontare di un pezzo, scritto una settimana fa, mai suonato ancora in live, che decide, lì, per quel pubblico, per quel luogo magico, di regalare. Il pubblico accende le torce dei cellulari: un firmamento umano si accende nell’antico teatro romano di Spoleto. È un’ultima ondata di bellezza, sospesa tra spazio e tempo, che chiude un’esperienza più vicina a un momento di collettività che a un semplice concerto. Ben Böhmer lascia il Festival con un dono prezioso: una serata in cui la musica è diventata anima, corpo, luce.

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