
di Francesca Marruco
Aveva chinato la testa tenendola stretta tra le mani mentre ascoltava i giudici di secondo grado che lo condannavano nuovamente all’ergastolo per aver ucciso la moglie incinta all’ottavo mese di gravidanza premendole un cuscino sulla faccia. La Corte d’assise d’appello del tribunale penale di Perugia ora ha depositato le motivazioni che l’hanno portata a confermare la sentenza di primo grado con cui i giudici hanno ritenuto Roberto Spaccino colpevole di omicidio volontario, interruzione di gravidanza, simulazione di furto, maltrattamenti nei confronti della moglie e dei due figli.
Sentenza di primo grado corretta «La Corte ritiene- scrivono i giudici- che l’impianto motivazionale della sentenza di primo grado esca sostanzialmente immune dalle molteplici critiche rivoltegli dalla difesa». Definiscono «apprezzabile ma non condivisibile» il tentativo dei legali di Spaccino di focalizzare l’attenzione su piste alternative, quali ad esempio quella dei ladri che scoperti avrebbero ucciso la povera Barbara Cicioni. Anzi, per i giudici, «non rientra nell’ambito delle probabilità che dei ladri, introdottisi furtivamente nell’abitazione […] allo scopo di impossessarsi di denaro, avessero potuto uccidere una donna indifesa, impacciata nei movimenti per l’avanzata gravidanza con modalità così cruente e spietate».
Il furto simulato e l’alibi Per quanto riguarda il furto, per la cui simulazione è stato ritenuto colpevole l’ex camionista di Marsciano, i giudici scrivono «va rilevato, nell’esaminare la personalità dell’imputato, che lo stesso non è nuovo all’attività di simulazione di reati» avendo falsamente dichiarato di aver preso la borsa di Barbara dal furgone «per farsi rimborsare il denaro dalla società assicuratrice». Quanto all’uscita notturna di Spaccino per recarsi alla lavanderia a Marsciano, per i giudici altro non è che «un intervallo di tempo che doveva servire all’imputato per sottrarsi con un congruo lasso temporale, alla scena del crimine e precostituire l’intervento di ignoti ladri, ai quali attribuire l’evento criminoso».
Le intercettazioni dei familiari di Spaccino: Gli stralci di alcune intercettazioni dei familiari di Spaccino sono riportate nelle motivazioni . Rispetto all’ipotesi del furto, commentano in questo modo: «Secondo me capito, hanno litigato come sempre, poi lui che fa, gli avrà dato un boccatone»,«gli avrà dato uno schiaffo»,«io sempre dal secondo giorno che lo penso che c’erano troppe cose che non ardicevano, il fatto della luce accesa tal garage, ma chi va a rubà e accende la luce tal garage! E che è scemo! Oh, l’orario, alle undici e mezza vonno a rubà ta na casa!». E ancora rispetto allo strano comportamento di Spaccino che invece di chiamare i soccorsi una volta trovata Barbara morta esce a chiamare i familiari, gli stessi commentano: «Capito ma le cose sono tante, ma si fusse che è capitato che lui, o lia gli è ita addosso, gli esse dato una gomitata, lia di là del letto è caduta, lui manco se ne è accorto che lia moriva…» E ancora« ha pensato, ha cosato, poretta me che fo, chiamo, non chiamo? Ha aspettato tutto quel tempo e poi ha inscenato ‘sta cosa, dice: provamo. Però se avesse fatto così sarebbe stato un grande coglione, perché tu chiami subito i tu fratelli?»
Maltrattamenti verso Barbara e i bambini Barbara ha subito maltrattamenti per una vita intera, fin da quando lei e Roberto erano solo fidanzati. Roberto l’ha insultata, minacciata, umiliata, picchiata per anni, anche quando era incinta. La chiamava «oziosa» e «troia». La tradiva, per questo lei era gelosa. E per questo, molto probabilmente hanno litigato anche la sera in cui venne uccisa. A testimoniare i maltrattamenti fisici e psichici in primo grado sono stati in molti, parenti e amici di Barbara. Inoltre, secondo i giudici sono anche i comportamenti dei bambini ad averlo testimoniato con degli episodi: una volta nel cuore della notte, Filippo si svegliò gridando «mamma, botte, botte!», un’altra volta, nel corso di una lite il piccolo Niccolò andò a chiedere aiuto ad una zia. Secondo i giudici, i familiari di Spaccino hanno dichiarato il falso tentando di sminuire i comportamenti dell’imputato nei confronti di Barbara. Inoltre, è stato lo stesso Spaccino a confessare «minacce, insulti e violenze». I giudici citano la madre di Barbara Simonetta Pangallo che definì il genero «anaffettivo», ricordando quando dopo la morte della figlia, e prima che venisse arrestato gli aveva chiesto di stare un po’ con i bambini e lui le aveva risposto che doveva pensare un po’ per sé.
No alle attenuanti generiche Per i giudici di secondo grado le attenuanti generiche non possono essere concesse a Roberto Spaccino perché «non si ravvisano elementi che consentano l’accoglimento della richiesta, atteso il perpetrarsi nel tempo di comportamenti aggressivi e violenti nei confronti della moglie, ben mascherati in pubblico, la fredda attività di simulazione posta in essere dopo l’omicidio, la parziale confessione solo di ciò che non poteva negare e l’inaudita gravità dei delitti commessi, nei confronti di una donna oberata da una gravidanza difficile, da tutti definita buona e generosa che, nonostante tutto, l’amava, tanto da farle sopportare le peggiori angherie e umiliazioni».
La difesa: sentenza non ci convince Parlano di «sentenza che non convince» gli avvocati Michele Titoli e Luca Gentili, difensori di Roberto Spaccino, commentando le motivazioni dei giudici d’appello. «Non ci convince così come non ci aveva convinto quella della Corte d’assise in primo grado – sostengono i legali -, in quanto lascia irrisolte le numerose questioni da noi sollevate in cui si ripropone, ma in forma riduttiva, l’impianto motivazionale della prima pronuncia. Pur cogliendo con favore il passaggio della sentenza dove viene dato atto ai difensori dell’imputato di aver svolto il loro compito con passione e grande professionalità, riconosciute dal pm e dalle parti civili che hanno definito “pregevole” l’attività difensiva, suscita perplessità constatare che l’organo giudicante ha totalmente disatteso le richieste di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, che avrebbero consentito di far luce su molti punti oscuri che hanno caratterizzato questa tragica vicenda, quando invece la stessa Corte di assise di Appello, seppur in composizione diversa, in riferimento ad un altro recente caso giudiziario, ha dimostrato di voler superare anche il minimo dubbio prima di pronunziare una condanna di siffatta gravità. Siamo comunque fiduciosi, pur consapevoli dei limiti di un giudizio di legittimità – concludono gli avvocati Titoli e Gentili -, in un deciso ed autorevole intervento della Suprema Corte».
Il legale dei Cicioni: ribadita la reponsabilità dell’imputato «Apprezzamento» per la sentenza d’appello che ha confermato la condanna di Roberto Spaccino è stato espresso invece dall’avvocato Francesco Falcinelli che rappresenta come parte civile il padre della vittima, Paolo Cicioni. «E’ stata ribadita – ha sottolineato il legale – la sussistenza della responsabilità dell’imputato con persuasione e perfetta sintonia con i giudici di primo grado. Rimane ora il giudizio di legittimità (quello in Cassazione – ndr) che però dovrà tenere conto come due collegi diversi, la Corte d’assise e la Corte d’assise d’appello, abbiano valutato concretamente il materiale probatorio acquisito alle indagini. Esprimendosi entrambi – ha concluso l’avvocato Falcinelli – per la colpevolezza dell’imputato».
