di Vincenzo Diocleziano

Nonostante i progressi nella cura dei tumori pediatrici in Italia, la migrazione sanitaria continua a minare le prospettive di sopravvivenza. In media, chi si cura vicino casa ha un tasso di sopravvivenza a dieci anni del 78,3%, contro il 70% di chi deve migrare. Per specifiche patologie, le differenze sono ancora più marcate: per le leucemie, ad esempio, i tassi di sopravvivenza sono dell’80,2% rispetto al 65,2% per chi migra.

Umbria L’Umbria, pur vantando eccellenze nel sistema sanitario, affronta importanti sfide legate ai divari nazionali e locali. Con una spesa sanitaria pro capite di 2.068 euro, superiore alla media meridionale ma inferiore a quella del nord, la regione si trova al crocevia tra efficienza e necessità di maggiore equità. I dati Svimez evidenziano che il 26,8% dei pazienti pediatrici umbri si reca in altre regioni per cure specialistiche, segnalando carenze in settori chiave come neurologia e salute mentale. L’assenza di centri di eccellenza costringe molte famiglie a rivolgersi a strutture in Lazio e Toscana. Parliamo più nello specifico del Bambin Gesù a Roma e del Meyer di Firenze. Secondo i dati Aieop, l’Umbria è tra le regioni con tassi di migrazione sanitaria superiori alla media nazionale, evidenziando la necessità di migliorare l’offerta sanitaria locale.

I dati L’Umbria si distingue per una speranza di vita di 83,4 anni, superiore alla media nazionale di 82,6 anni, riflettendo una qualità di vita relativamente alta. Il tasso di mortalità per tumore, pari a 7,5 per 10.000 abitanti, è leggermente migliore rispetto alla media italiana di 8,4. Circa il 10% dei pazienti oncologici si sposta verso regioni limitrofe, evidenziando criticità in specifici settori specialistici, nonostante la regione abbia una partecipazione agli screening oncologici intorno il 63% e il 76%, tra le più alte d’Italia, ma ancora distante da regioni del nord, come 87,8% del Friuli-Venezia Giulia. Per i consultori familiari, il numero dei presidi è calato, con una densità sotto la media del centro Italia.

Autonomia differenziata L’introduzione di autonomie regionali rafforzate rischia di amplificare i divari. Regioni più ricche potrebbero allocare maggiori risorse sanitarie, lasciando le restanti regioni ulteriormente svantaggiate. Secondo il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta «questa riforma minerebbe il principio costituzionale di uguaglianza nell’accesso alla salute, aggravando la dipendenza sanitaria del sud dal nord». Per scongiurare questo possibile scenario Il direttore di Svimez, Luca Bianchi, chiede di aumentare gli investimenti sanitari, concentrandosi su equità e accessibilità, sottolineando che «rafforzare il Ssn con un approccio universale è essenziale per garantire il diritto alla salute su tutto il territorio nazionale».

Il parere degli esperti Gli esperti sottolineano la necessità di una rete oncologica pediatrica nazionale più omogenea, che garantisca cure di qualità all’interno di un’area macroregionale. «Bisogna concentrare gli sforzi sulla redistribuzione delle risorse- ha dichiarato Luca Bianchi- in modo che le regioni con maggiore disagio possano ricevere un aiuto proporzionale ai loro bisogni», Raffaela Milano di Save the Children insiste su un miglioramento delle strutture di prevenzione e cura, in particolare per i bambini, nelle aree più svantaggiate. In Umbria, investire nella sanità pubblica con strutture locali dedicate potrebbe ridurre la migrazione sanitaria e migliorare le prospettive per i piccoli pazienti. Il rafforzamento di una rete sanitaria territoriale sarebbe un passo cruciale per assicurare che sempre meno bambini debbano affrontare la doppia sfida della malattia e dello sradicamento dalla propria comunità.




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