L’Italia è una delle grandi potenze agroalimentari europee ma ogni anno produce anche enormi quantità di residui agricoli e alimentari. Secondo i dati illustrati dall’Università Cattolica di Piacenza, circa il 70% degli scarti agroalimentari non viene oggi valorizzato e oltre 130 mila tonnellate all’anno potrebbero essere ulteriormente recuperate per produrre energia e biochar, un materiale in grado di trattenere carbonio nel suolo e contribuire alla riduzione delle emissioni di Co2.
La sfida riguarda da vicino anche l’Umbria. La regione, pur rappresentando meno del 2% della superficie nazionale, ha una forte vocazione agroalimentare. Secondo i dati Istat, conta oltre 30 mila aziende agricole e dispone di alcune delle principali filiere produttrici di biomasse residuali: olivicoltura, viticoltura, cerealicoltura e zootecnia.
Il settore olivicolo umbro da solo conta circa 27 mila ettari coltivati, mentre i vigneti si estendono per circa 13 mila ettari. A questi si aggiungono le superfici cerealicole e i residui provenienti dagli allevamenti, costituiti da reflui zootecnici, paglie, potature e sottoprodotti della trasformazione agroalimentare. Materiali che per decenni sono stati considerati prevalentemente un costo di gestione e che oggi vengono invece sempre più guardati come una potenziale fonte di energia e di nuovi prodotti industriali.
L’Umbria parte da una posizione intermedia. Come evidenziato dallo studio dell’Università Cattolica, le infrastrutture per il recupero energetico delle biomasse risultano fortemente concentrate nel Nord Italia, mentre il Centro presenta una diffusione più limitata. Tuttavia, negli ultimi anni il territorio umbro ha visto nascere diverse esperienze di ricerca e sperimentazione.
Già nel 2014 il progetto europeo Green Gain, indicava l’Umbria tra i territori all’avanguardia nello studio delle biomasse energetiche, stimando che il potenziale energetico regionale derivante dai residui agricoli sarebbe stato in grado di coprire il fabbisogno di una città delle dimensioni di Perugia.
Sul fronte della ricerca, l’Università degli Studi di Perugia e il Cnr hanno sviluppato e brevettato un sistema capace di trasformare biomasse di scarto provenienti dalle colture oleaginose in biofertilizzanti e additivi per l’industria alimentare. A Terni, inoltre, l’ateneo perugino coordina il progetto europeo Furious, finanziato con 4,5 milioni di euro, per sviluppare nuove bioplastiche e materiali innovativi ottenuti anche attraverso processi di bioeconomia circolare.
Accanto alla ricerca universitaria si muove anche il settore energetico. In Umbria sono presenti impianti per la produzione di biogas e sono in corso sperimentazioni orientate al biometano agricolo, tra cui il progetto Gasfarm, che punta a trasformare reflui zootecnici e altri residui organici in gas rinnovabile attraverso impianti di dimensioni contenute, adatti anche alle aziende agricole medio-piccole.
Il quadro che emerge è quello di una regione che dispone di materie prime, competenze scientifiche e prime esperienze industriali, ma che deve ancora affrontare la sfida del salto di scala. Le tecnologie più mature, come compostaggio e digestione anaerobica, sono ormai consolidate, mentre quelle più innovative – dalla produzione di biochar alle bioplastiche fino all’utilizzo di batteri e insetti per ottenere nuovi materiali e fertilizzanti – restano prevalentemente nel campo della ricerca e dei progetti pilota.
La partita, anche per l’Umbria, è quindi quella indicata dai ricercatori dell’Università Cattolica: passare da una logica di semplice gestione dei rifiuti agricoli a una vera filiera industriale della valorizzazione degli scarti. Una trasformazione che potrebbe generare energia rinnovabile, nuovi prodotti ad alto valore aggiunto e opportunità economiche per uno dei comparti più identitari della regione.
