di Francesca Marruco
«Prego per voi per la vostra mamma e per la vostra sorellina tutti i giorni». Si chiude con un pensiero ai figli la lettera di Roberto Spaccino, l’ex camionista di Marsciano condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie Barbara Cicioni. Spaccino, arrestato alla vigilia dei funerali di Barbara e della piccola Elena che portava in grembo da otto mesi, aveva chiesto di potersi recare sulla tomba della moglie uccisa il 24 maggio 2007 nella loro casa di Compignano di Marsciano. Ma a Spaccino l’autorizzazione per recarsi sulla tomba di Barbara ed Elena, dove non è mai stato, non è stata data. Permessi di questo tipo si accordano solo in caso di gravi malattie del congiunto.
Il pensiero ai figli Così, alla fine delle lunga missiva, Spaccino scrive «il mio ultimo pensiero, e non posso farne a meno, non può che andare ai miei adorati e amati figli: Niccolò e Filippo. Sappiate che il vostro papà è stato sempre presente, che c’è e ci sarà sempre durante le vostre giornate, non posso essere vicino a voi fisicamente, ma il mio cuore e i miei pensieri sono sempre rivolti a voi. Vi voglio un mondo di bene al punto che darei la mia vita in cambio della vostra felicita. Prego per voi, per la vostra mamma e per la vostra sorellina, tutti i giorni».
Spaccino: io innocente Spaccino, che si è sempre dichiarato innocente, scrive «nonostante tutto, ho ancora fiducia nella giustizia, spero che la verità possa essere rivelata, che la mia estraneità possa essere provata». Spaccino spera anche di ricevere « non dico la solidarietà- scrive -ma almeno evitare il più possibile i maltrattamenti di chi, senza sapere nulla dei fatti, ha fatto tanto fango spacciandolo per verità». «Perché – aggiunge – come non posso nutrire ancora la speranza di ottenere il raggiungimento della verità giudiziaria insieme a quella dei fatti?»
I maltrattamenti e le parole della suocera Roberto Spaccino, che nei due processi a suo carico è stato descritto come un uomo manesco e aggressivo che picchiava e maltrattava Barbara, secondo la ricostruzione del pubblico ministero Antonella Duchini, l’avrebbe uccisa proprio al culmine di un litigio «ammazzandola di botte», nella lettera inviata Spaccino invita la suocera a riflettere sulle dichiarazioni che fece appena dopo l’omicidio. «Nel leggere della motivazioni ( della sentenza di appello, ndr), ancora oggi non mi so dare pare – scrive Spaccino- Vorrei pubblicamente invitare mia suocera, o ex suocera, ma sempre madre della mia povera moglie Barbara, a riflettere sulle dichiarazioni rese nell’immediato, nelle primissime ore dell’accaduto, a rileggersi le dichiarazioni oneste e di stima fatte su di me, come marito di sua figlia e padre dei suoi nipoti. Successivamente, forse la rabbia per la perdita improvvisa dell’amata figlia, ha occultato i veri sentimenti nei miei confronti, testimoniando come se fosse una persona completamente diversa».
Simonetta e il genero anaffettivo Fu proprio dalla signora Simonetta Pangallo che Roberto Spaccino e i suoi due figli Niccolò e Filippo , ora affidati alle cure di uno zio materno, andarono a stare nell’immediatezza dei fatti. La donna, in un’udienza del processo di primo grado aveva definito «anaffettivo»il genero, e aveva raccontato di quando, poco dopo la tragedia, lei gli aveva chiesto di stare un po’ con i bambini e si era sentita rispondere che doveva pensare un po’ a lui.
Le accuse dei parenti di Barbara e le ammissioni di Roberto Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, i giudici scrivono che «non c’era pregiudiziale malanimo» da parte dei parenti di Barbara nei confronti di Roberto Spaccino. Furono i congiunti della vittima infatti a testimoniare che Roberto la maltrattava e la malmenava. La zia si Barbara soprattutto aveva cercato di convincerla a lasciarlo, ma lei, per amore dei figli, aveva sempre stretto i denti. Ma secondo i giudici di secondo grado, anche il comportamento dei bambini, che Barbara voleva difendere e preservare da sofferenze, avrebbe testimoniato quanto accadeva in casa Spaccino. Lui, ha ammesso qualche episodio, anche quello che sarebbe accaduto la sera dell’omicidio della donna. Ma secondo la sua versione, Roberto ha raccontato di averle dato una spinta durante una discussione causata dalla gelosia di Barbara, quando esce di casa per andare a fare delle operazioni nella loro lavanderia, lei è ancora in vita. Per l’accusa e due gradi di giudizio invece fu lui ad ucciderla.
Spaccino, la giustizia e gli altri condannati innocenti Spaccino invece si dice vittima di un errore giudiziario, e a questo proposito nella lettera scrive «merita compassione chi sbaglia in questo lavoro tanto complicato nel giudicare anime, poiché spero – scrive – non lo fa per scelta, ma per necessità». Parla anche di altre persone nella sua stessa situazione: «vorrei ricordare a tutti coloro che leggeranno questa lettera che ogni anno un certo numero di anime, da 50 a 100, non reggono la mia stessa tortura, lasciano un silenzio rumoroso per familiari, conoscenti e tutte le istituzioni». «Con questo scritto – aggiunge- voglio sostenere tutti quelli che sono nelle mie stesse condizioni, provando a sconfiggere le menti illuse, a volte allucinate di professionisti che hanno la responsabilità di vite umane, stimolandoli a ricercare sempre di più la competenza e la massima umanità».
Spaccino, negli ultimi tempi sto meglio per interessamento media «Negli ultimi tempi- scrive ancora Spaccino- con l’aiuto di tutti i media che stanno provando ad entrare nella realtà della mia vicenda, così devastante per qualsiasi essere umano, la mia mente e il mio cuore sono leggermente meno addolorati». Dice di aiutarsi con la messa settimanale Roberto Spaccino, di essere molto grato al direttore del carcere e al cappellano che lo aiutano nella sua vita in carcere. Cita anche alcune frasi che lo aiutano, «che mi permettono di stare in contatto con la mia parte sana» dice. Tra queste, una che lo aiuterebbe a sentirsi «forte»: «posso avere tutto il mondo contro, l’importante è sapere di avere me stesso dalla mia parte». «Per quanto mi riguarda – scrive ancora Spaccino- ciò che è fondamentale per resistere è la mia innocenza».
Il sostegno della famiglia e degli avvocati Non manca un lungo ringraziamento alla sua famiglia nelle oltre quattro pagine scritte in stampatello. Roberto Spaccino dice che «la mia famiglia d’origine non mi ha mai abbandonato, per un solo momento, usando tutte le loro forze, oramai da quattro lunghissimi anni», che «sacrifica le risorse per far trionfare la verità giudiziaria, perché quella reale già la conoscono, perché “sono pane del loro grano”». Roberto spera che la sua condanna all’ergastolo venga ribaltata dalla corte di Cassazione, presso cui i suoi legali Luca Gentili, Michele Titoli e Renato Borzone hanno depositato ricorso poco tempo fa, certi dell’innocenza del loro assistito e del fatto che nelle fasi processuali sono stati commessi degli errori.
Quattro lunghi anni Intanto martedì ricorrono quattro anni dal tragico omicidio di Barbara e della bimba che portava in grembo. La famiglia che c’era allora non esiste più. Niccolò e Filippo non hanno più una mamma e neanche un papà. Casa loro, la villetta rosa di Compignano è rimasta vuota e disabitata. Un uomo, il padre di quei figli e il marito di quella donna è stato condannato al carcere a vita per quel tremendo delitto, che per chi giudica, è stato il culmine di tante violenza che la povera Barbara è stata costretta a sopportare.

