Mosaico Orfeo

di Leonardo Mala

A cinque minuti dall’Arco Etrusco, che etrusco non è perché edificato in epoca romana, c’è un altro tesoro definito romano che invece etrusco potrebbe essere. Questo è quanto sostiene l’ultima fatica di Luciano Vagni, l’ingegnere che riportò alla luce la città sotterranea sotto la Cattedrale e che da quarant’anni studia la prodigiosa civiltà dei nostri antichi progenitori. Il volume si chiama Orfeo e l’armonia tra i popoli, (editore “Il Formichiere”), un’accurata indagine sul mosaico di Santa Elisabetta, opera di rara bellezza, sconosciuta ai turisti e alla gran parte dei perugini, posta all’interno della Facoltà di Scienze Naturali, oltrepassati gli archi dell’Acquedotto.

Lo studio sarà il protagonista della rituale due giorni di festeggiamenti etruschi che si tiene ai primi di marzo e verrà illustrato martedì alle 17 alla Sala dei Notari. Si potranno così apprezzare analogie e differenze con la dozzina di altri mosaici presenti nel Mediterraneo, tutti con Orfeo protagonista. Da tempo Vagni e la sua associazione Catha insistono sul principio di corrispondenza tra cielo e terra, accennato in diversi testi antichi, chiave di lettura per una civiltà che ancora si fatica a interpretare ma che sta assumendo via via sempre più importanza, essendo chiara a tutti la sua complessa raffinatezza. 

Copertina Orfeo

Vagni retrodata la fattura del mosaico in epoca etrusca a partire dalla sua sbalorditiva iconografia, con quaranta animali che simboleggiano gli altrettanti popoli dell’Etruria arcaica, disposti ciascuno nella rispettiva posizione geografica. Una sorta di planisfero allegorico con al centro la figura del giovane Orfeo, completamente nudo al contrario degli altri mosaici (si potrebbe presumere di epoca antecedente, quindi), munito della sua primordiale cetra. Una figura che chiamava a raccolta le popolazioni nel cosiddetto “fanum voltumnae” individuato nella piana sotto la rupe di Orvieto. Questo rapporto così diretto con il cielo e le sue costellazioni, presente fin dall’antico Egitto, suggerisce – secondo Vagni – una lettura più consapevole dei reperti e dei manufatti rimasti fino a noi, in una chiave che tenga conto della collocazione geografica e dell’orientamento rispetto agli astri (per inciso, Catha è la stella centrale più brillante di Cassiopea, la regina della Via Lattea, che nel 1222 a.C. si trovò esattamente perpendicolare su Perugia, circostanza rarissima e di certo non ignota ai sapienti dell’epoca).

Ciò che affascina ulteriormente è la sostanziale pacificazione che questa lega di popoli così diversi riuscì a raggiungere, forse proprio grazie a un rapporto così diretto ed etico con le leggi della natura, in uno scambio di esperienze e di merci che hanno prodotto risultati mirabolanti a cui l’impero romano ha attinto a piene mani. Una convivenza che oggi appare più che mai esemplare e che andrebbe testimoniata con molto più orgoglio e consapevolezza da noi eredi.

Nel corso del pomeriggio verranno presentate nuove considerazioni sull’antico teatro che si trova a ridosso dei Tre Archi, sotto Palazzo della Penna, con le misurazioni dell’architetto Fiorenzo Nucciarelli e con Lauro Antoniucci, in aggiunta alle considerazioni di Franco Anesi di Etica Vivente.

Il programma continuerà il giorno successivo, mercoledì 5, presso il complesso di Sant’Anna, con un incontro con le scuole, e il pomeriggio con un punto sulla proposta di Catha accolta da quindici associazioni cittadine per candidare a patrimonio Unesco “Perugia etrusca, capitale dell’umanità”.

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