Perugia dice no al taser. E i primi dati disponibili sul suo utilizzo in Italia mostrano un quadro ancora pieno di interrogativi, tra efficacia difficile da misurare, rischi potenziali e assenza di un monitoraggio pubblico sistematico.

La giunta guidata dalla sindaca Vittoria Ferdinandi ha scelto di non rendere operativo il dispositivo per la polizia locale. Una decisione motivata anche dai timori per le possibili conseguenze su persone in condizioni di particolare fragilità, come soggetti con dipendenze da alcol o droghe o con patologie pregresse, e dalla volontà di individuare strumenti alternativi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza degli operatori e dei cittadini.

La scelta di Palazzo dei Priori si inserisce in un dibattito nazionale ancora aperto. I taser, le pistole a impulsi elettrici, sono entrati in servizio nelle forze dell’ordine italiane nel marzo 2022, dopo una sperimentazione avviata nel 2018 con il decreto sicurezza dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. A distanza di quattro anni, però, il ministero dell’Interno non pubblica dati sistematici sul loro impiego.

Alcuni numeri sono stati ricostruiti dal mensile Altreconomia attraverso richieste di accesso agli atti. I dispositivi assegnati alle forze dell’ordine sono aumentati da 962 nel 2022 a 1.239 nel 2023, per poi rimanere sostanzialmente stabili. Nello stesso periodo, tuttavia, gli utilizzi complessivi sono diminuiti da 637 a 355 interventi nel 2025.

Il dato più interessante riguarda però le modalità di impiego. Le linee guida ministeriali prevedono una progressione graduale: individuazione del pericolo, avviso alla persona, estrazione dell’arma, attivazione del cosiddetto warning arc – la scarica elettrica visibile e rumorosa usata a scopo dissuasivo – e solo in ultima istanza il lancio dei due dardi che provocano la temporanea paralisi neuromuscolare.

Mentre il numero totale di utilizzi è diminuito, il ricorso all’ultima fase è invece rimasto quasi invariato. Gli episodi conclusi con lo sparo dei dardi sono oscillati tra 249 e 295 all’anno. Di conseguenza, il peso degli interventi terminati con l’uso effettivo della scarica è aumentato: nel 2022 rappresentavano il 41 per cento dei casi, nel 2025 sono saliti al 70 per cento.

Che cosa significhi questo dato non è però chiaro. Mancano infatti informazioni essenziali, come il numero di operatori effettivamente impiegati sul territorio, le ore di servizio svolte con il taser in dotazione e la gravità delle situazioni affrontate. Senza questi elementi è impossibile stabilire se il dispositivo venga utilizzato con maggiore consapevolezza o se, al contrario, si sia progressivamente trasformato in uno strumento al quale ricorrere più rapidamente.

Alcune ricerche empiriche sembrano suggerire proprio quest’ultima ipotesi. Uno studio pubblicato nel marzo 2026 e firmato da Giuseppe Campesi, Carlo Caprioglio e Valerio Pascali, basato su interviste a 44 appartenenti alle forze di polizia, ha evidenziato che il taser viene spesso percepito come una sorta di «scorciatoia operativa», utile per evitare il contatto fisico diretto o procedure ritenute più complesse e rischiose. Una percezione che, secondo gli autori, rischia di alterarne la funzione originaria, trasformando uno strumento concepito per favorire la de-escalation in un possibile fattore di escalation.

Restano inoltre aperte le questioni legate alla sicurezza sanitaria. Non esiste ancora un consenso scientifico definitivo sugli effetti del taser sull’organismo umano e l’Italia non dispone di un sistema pubblico di monitoraggio dei suoi effetti. Secondo le ricostruzioni citate da Altreconomia, nel Paese si sono verificati cinque decessi successivi all’utilizzo del dispositivo, senza che sia stato accertato un rapporto diretto di causa ed effetto con la scarica elettrica. Il problema, osservano alcuni studiosi, è che gli operatori non sono normalmente in grado di conoscere le eventuali condizioni patologiche o di fragilità della persona sulla quale stanno intervenendo.

Anche sul piano tecnico non sono mancate criticità. L’azienda statunitense Axon, leader mondiale del settore e fornitrice dell’Italia, è stata esclusa in più occasioni da gare europee perché i dispositivi presentati non avevano superato alcuni test di precisione e di resistenza balistica. Solo dopo una revisione dei requisiti tecnici, nel 2021, l’azienda è riuscita ad aggiudicarsi la fornitura italiana.