di F.M.
«Il fornello era appoggiato su un tavolinetto a cavallo di una turca. Il bagno e l’antibagno fungevano da cucina». E’ questo un passaggio della deposizione di un carabiniere dell’ispettorato del lavoro che nel 2004 fece irruzione in un laboratorio tessile di Città di Castello gestito da cinesi.
Alla sbarra per quanto trovarono i militari in quel capannone oggi ci sono due cinesi accusati di riduzione in schiavitù, oltre che per una serie di reati amministrativi per aver evaso per anni il fisco. Secondo l’accusa, rappresentata in aula dal pubblico ministero Paolo Abbritti, la coppia di cinesi costringeva altri connazionali a ritmi di lavoro disumani, in condizioni igienico sanitarie preoccupanti.
Secondo quanto riferito in aula dal carabiniere dell’ispettorato del lavoro, i cinesi arrivavano a lavorare 16 ore al giorno. Sulle loro postazioni di lavoro c’era puntata una telecamera da cui i proprietari controllavano che tutto si svolgesse senza intoppi. E proprio uno di loro collaborò con i militari per mettere fine a quella tremenda situazione.
I militari erano entrati di sera nel capannone perché avevano raccolto dati che dimostravano come i cinesi lavorassero anche di notte. Non trovarono letti all’interno del laboratorio, ma resti di cibo cotto e crudo in un bagno si. I due imputati, che si dicono estranei ad ogni addebito, sono difesi dagli avvocati Guido Bacino e Gabrio Giannini. Si torna in aula a novembre.

