Sembrano mondi lontani ma gli scossoni delle guerre commerciali possono avere conseguenze a breve e lungo termine sulle economie locali anche per realtà piccole come l’Umbria ma con importanti collegamenti a larga distanza. Il mondo delle esportazioni, che hanno un protagonismo crescente nell’economia regionale, come quello delle importazioni, sono davanti a una nuova variabile i cui effetti vanno considerati anche alla luce dei recenti shock derivanti dalle politiche americane sui dazi in generale. Il nuovo scenario con la Cina non può che agitare ulteriormente l’instabilità e l’incertezza economica già in corso da mesi.
Le tariffe portuali reciproche e i dazi aggiuntivi sulle importazioni, fotografano sull’Umbria la seguente posizione: da un lato gli Usa come nostro principale porto per l’esport,d all’altro la Cina come nostro fondamentale porto per l’import. La struttura produttiva dell’Umbria degli ultimi anni, fortemente orientata all’export, può subire effetti indiretti di una tensione che ridisegna le rotte globali di beni e materie prime.
Secondo i dati più recenti elaborati da Sace su base Istat, nel 2024 le esportazioni umbre hanno raggiunto 5,9 miliardi di euro, con una crescita moderata rispetto all’anno precedente. Quasi la metà delle vendite all’estero – circa il 42% – è diretta verso Paesi extraeuropei, un dato che rende l’economia regionale più sensibile alle fluttuazioni dei mercati internazionali. Tra questi, gli Stati Uniti restano un partner commerciale di primo piano, in particolare per il comparto della maglieria e dell’abbigliamento, che da solo vale oltre 820 milioni di euro di export, con il mercato americano che assorbe circa un quarto delle vendite del distretto di Perugia.
Sul versante opposto, la Cina è oggi tra i principali Paesi di origine delle importazioni umbre, soprattutto per componentistica industriale, materie prime e macchinari. Lo rileva l’Osservatorio Maeci sulle relazioni commerciali regionali, confermando che la dipendenza dell’Umbria dalle forniture cinesi è cresciuta negli ultimi anni.
È in questo intreccio che la guerra dei dazi rischia di colpire anche territori apparentemente periferici rispetto alla contesa. Un incremento dei costi logistici o dei prezzi delle materie prime importate dalla Cina potrebbe riverberarsi sulle produzioni umbre, specie in settori dove la catena di fornitura si estende oltre i confini europei. Allo stesso tempo, l’eventuale riduzione dell’export cinese verso gli Stati Uniti – già in calo del 27% nei primi nove mesi del 2025 – potrebbe spingere Pechino a dirottare parte della produzione su altri mercati, intensificando la concorrenza anche in Europa.
Per le imprese umbre, il rischio è duplice: da un lato l’aumento dei costi di approvvigionamento, dall’altro una pressione crescente sui mercati di sbocco. Le realtà più esposte sono le piccole e medie imprese dei distretti manifatturieri e agroalimentari, che hanno meno strumenti per assorbire shock esterni e margini più ridotti per compensare eventuali rincari.
L’Umbria non è comunque priva di risorse. Il tessuto produttivo regionale ha mostrato negli ultimi anni una discreta capacità di diversificare i mercati di esportazione, puntando su aree a crescita più stabile come l’Europa centrale e il Giappone. Ma in un quadro internazionale sempre più instabile, l’efficacia delle politiche di sostegno alle esportazioni – a cominciare dai programmi di internazionalizzazione e dai fondi per la transizione energetica e digitale – sarà decisiva per mantenere la competitività delle imprese locali.
Più che di paura, dunque, è tempo di prudenza. La guerra dei dazi tra le due principali potenze mondiali non è una crisi “lontana” ma un fenomeno che, attraverso i costi delle merci, i noli marittimi e la concorrenza sui mercati, può arrivare a toccare anche le fabbriche e i laboratori all’ombra del Cuore verde.
