©Fabrizio Troccoli

Nei primi nove mesi del 2025 l’Umbria si muove in controtendenza rispetto al resto del Paese: le ore di cassa integrazione e fondo di integrazione salariale autorizzate sono state 4,27 milioni, con un calo del 15,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. Un dato che distingue la regione dal quadro nazionale, dove il ricorso agli ammortizzatori sociali è aumentato del 18,56 per cento, raggiungendo 429,3 milioni di ore complessive.

La diminuzione umbra, secondo le elaborazioni diffuse dall’associazione Lavoro&Welfare sui dati Inps, riflette una fase di relativa stabilità del tessuto produttivo locale, anche se non mancano segnali di fragilità. Il calo della Cig può infatti indicare, oltre a un miglioramento congiunturale, anche una riduzione del numero di imprese che ricorrono a questo strumento o, in alcuni casi, la cessazione di attività che non hanno più accesso agli ammortizzatori.

Nel resto d’Italia, invece, la tendenza è opposta. Tra gennaio e settembre le ore autorizzate di Cig e Fis sono salite del 18,56 per cento sul 2024. Più del 90 per cento delle richieste arriva dal comparto industriale, con meccanica e metallurgia che da sole assorbono circa la metà del totale. L’aumento è concentrato nella cassa integrazione straordinaria (+61,6 per cento, per 201 milioni di ore), mentre quella ordinaria è in leggera flessione (-4,5 per cento, con 217,3 milioni).

Tradotti in termini occupazionali, i numeri equivalgono a circa 275 mila lavoratori rimasti completamente fermi per l’intero periodo, con una perdita stimata di oltre 1,3 miliardi di euro di salari, pari a circa 4.400 euro in meno per ciascun lavoratore.

Tra le regioni con il maggiore volume di ore si confermano la Lombardia (74 milioni, +6,4 per cento), il Veneto (54,2 milioni), il Piemonte (47,7 milioni, +38,9), l’Emilia-Romagna (46,1 milioni) e il Lazio (32,8 milioni, +72,8).

Commentando i dati, Cesare Damiano, presidente di Lavoro&Welfare, parla di «una situazione di allarme per la manifattura italiana» e sottolinea come si stia assistendo «a uno spostamento progressivo dell’occupazione e delle ore lavorate dall’industria ai servizi, un comparto caratterizzato da maggiore precarietà e minori tutele».

Per l’Umbria il quadro appare quindi meno allarmante, ma resta aperta la questione della qualità e della stabilità del lavoro. Il calo della Cig non sempre significa occupazione più solida: può anche riflettere un sistema produttivo ridimensionato, con meno imprese strutturate e una crescita di contratti temporanei o part-time.

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