di Fra. Mar.

E’ durata pochissimo anche stavolta. Il processo «Appaltopoli» non riesce a partire realmente. Dopo un primo rinvio per l’incompatibilità di un giudice, il procedimento non entra nel vivo per l’impedimento di un imputato, gravemente malato.

Chiesto accertamento per Mariotti Lunedì mattina l’avvocato che lo difende, Luca Maori, ha chiesto al collegio che venga svolto un accertamento per verificare se l’uomo,Gino Mariotti, accusato dagli inquirenti di far parte della «cupola», abbia o meno la possibilità, date le condizioni fisiche, di partecipare al processo. Il prossimo 26 gennaio verrà conferito l’incarico ad un perito. Se dovesse confermare che l’uomo non può partecipare, la posizione verrà probabilmente stralciata  e per lui il processo verrà sospeso, per gli altri invece il processo riprenderà in entrambi i casi.

L’indagine Con «Appaltopoli» sono arrivati sul banco degli imputati 43 persone e 5 aziende. A vario titolo dovranno rispondere di associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e truffa. Secondo l’accusa (le indagini vennero svolte dal Servizio centrale operativo di Marco Chiacchiera, coordinato dal pm Manuela Comodi), esisteva un «comitato d’affari» che gestiva gli appalti pubblici della Provincia. In particolare, il «vertice» sarebbe composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri.

L’accusa Il pubblico ministero descriveva così la loro attività: «Il Lupini gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara (…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».

Il rinvio a giudizio Il giudice Massimo Ricciarelli che aveva deciso per il loro rinvio a giudizio, aveva parlato nel suo dispositivo dell’esistenza di  «mafia» e di «capomafia», e dell’ esistenza di un «gruppo di vertice, cui era attribuibile una complessiva strategia di aggiudicazione degli appalti, gravato da uno specifico autoriconoscimento della propria esistenza e del proprio ruolo» che  «aveva bisogno della stabile e costante disponibilità dei funzionari competenti». Che ovviamente aveva un prezzo, e per questo, «il vertice provvedeva ad assicurare ai funzionari un compenso, di volta in volta riveniente dagli aggiudicatari, secondo oscillanti percentuali».

Le difese Tra i difensori degli imputati che per la maggior parte si dicono innocenti (solo alcuni imprenditori minori hanno ammesso le loro responsabilità dicendo di essere stati costretti per rientrare nel «giro»), i penalisti  Francesco Falcinelli, Luciano Ghirga, Nicola Di Mario, Marco Brusco, Franco Libori, Giancarlo Viti, Giuseppe Innamorati, Claudio Caparvi e Giuseppe Berellini. Sono tutti pronti a dar battaglia in dibattimento per dimostrare la correttezza dell’operato dei loro assistiti.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.