Patumi e Bracco (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

«Non c’è nessun mistero, nessuna manovra a favore di Mdp o di Liberi e uguali, non siamo né sciocchi né quinte colonne del nemico». La verità dietro la vendita della storica sede del fu Pci-Pds-Ds, ora Pd, conquistata armi in pugno dai partigiani là dove c’erano i fascisti, è molto più semplice: «Sono circa quattro anni che non ce la facciamo più a pagare il mutuo, che il Pd non ha mai voluto sobbarcarsi». Martedì mattina nella sede del partito, ormai enorme per le esigenze del Pd e in cui da anni si respira un clima di abbandono, il presidente del cda «Fondazione Pietro Conti Democratici di sinistra dell’Umbria» Renzo Patumi e Fabrizio Bracco, ex segretario dei Ds ed ex assessore regionale, hanno fatto il punto sulla vicenda deflagrata tra venerdì e sabato, quando ai dem è stata comunicata la fine del comodato d’uso gratuito a partire dal 31 dicembre. Bracco ha raccontato di come nel 1999 piazza della Repubblica finì nel fondo immobiliare Beta per far fronte ai debiti dell’Unità.

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Il mutuo «Poi nel 2003 – spiega – conscio del valore storico da segretario Ds ho attivato tutte le procedure per ricomprarla, dato che c’era il rischio che finisse nelle mani delle banche a causa del fallimento dell’Unità». All’epoca l’immobile era quotato 1,5 milioni di euro (oggi qualcosa in meno) e fu lanciata una sottoscrizione tra i militanti (furono raccolti 200 mila euro) che, insieme alla vendita della sede di via Settevalli permise di trovare una parte delle risorse da destinare all’operazione. Per mettere insieme le mancanti, fu stipulato un mutuo con Unipol da 900 mila euro circa dei quali oggi rimangono da pagare più o meno 600 mila. Almeno dal 2014 però la Fondazione, «non avendo alcun tipo di entrate dato che le sedi sono state tutte date in comodato d’uso gratuito, mentre in molte altre parti d’Italia il Pd è in affitto», non ce la fa più a pagare (in precedenza a farlo sono stati i Ds) e a questo punto Unipol ha finito la pazienza. «Sono almeno tre anni – dice Bracco – che abbiamo la banca in pressing». Unipol che tutto sommato, dato che rimangono circa 600 mila euro da pagare, potrebbe anche guadagnare dall’operazione dato che l’immobile vale di più.

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Non possiamo evitarlo «Quindi è chiaro che i soldi li useremo per estinguere il mutuo, abbiamo cercato ogni soluzione e dobbiamo ricordare – sottolinea Bracco – che il Pd non ha voluto mai farsi carico di questo mutuo». Ovviamente le porte rimangono aperte: «Se il Pd vuole comprare una parte, noi siamo felicissimi, ma non siamo più nelle condizioni di evitare la vendita». E mettere sul mercato altri beni posseduti dalla Fondazione? «Che facciamo, vendiamo – risponde Bracco – alcune frequentatissime case del popolo e sedi di associazioni? oppure l’appartamento di Gubbio dove c’è il Pd? Non mi farebbero più neanche avvicinare a Valfabbrica. E poi il bene sul quale c’è un’ipoteca è questo». Quello che Bracco e Patumi tengono a sottolineare è che «non c’è niente di poco trasparente e alcuni non possono far finta di cascare dal pero, tutti sanno tutto da anni». I due ricordano che quando nacque il Pd, nel 2007, «Ds e Margherita decisero di non devolvere i beni e tutte le decisioni furono prese con voto unanime dagli organismi. Alcuni mi pare si siano scordati del passato e nella Fondazione nessuno ha mai percepito personalmente un euro; in più in molti, come me o Marco Locchi, sono dentro il Pd, quindi non c’è alcun dispetto come qualcuno ha detto».

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Scissioni L’immobile – e sul punto si potrebbe ironizzare vista la lunga storia di scissioni della sinistra – verrà diviso in cinque parti perché «è questa – dice Patumi – la scelta più vantaggiosa e funzionale»; frazionismo, in questo caso immobiliare e non politico, sarebbe stata l’accusa lanciata decenni fa dai vertici del Pci. Alla sede servono interventi importanti e già nei primissimi giorni dell’anno arriveranno gli operai per dividere gli spazi, ammodernare e installare le utenze. A gestire le vendite è un’immobiliare e fino a ora sono almeno una decina le persone che si sono fatte avanti (compresa la coppia Laffranco-Calabrese); in più si parla di un grande gruppo del cemento umbro e quel che è certo è che c’è già un compromesso firmato, con un atto da stipulare entro il 15 aprile. L’idea della Fondazione è quella di tenere uno spazio per sé «sempre che – dicono – con la vendita di tre o quattro parti saremo in grado di saldare i debiti. A noi basterebbero anche 70 metri quadri, e se il Pd comunale vuole rimanere qui non c’è problema». Tra la Fondazione e i dem c’è anche un patto, ovvero quando rimarrà l’ultimo lotto a disposizione verrà chiesto al Pd (che con tutta probabilità traslocherà da gennaio nella vicina via Bonazzi) se è interessato a comprarlo. A parte una destinazione produttiva, i vari spazi potrebbero essere utilizzati ad esempio anche per appartamenti.

Twitter @DanieleBovi

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