Il vertice di oggi su Umbria Mobilità a palazzo Donini

di Daniele Bovi

Rientrare il più e il prima possibile dallo «scoperto» romano per cercare di contenere la cifra del mutuo che i soci di Umbria Mobilità stanno trattando con un gruppo di banche. E’ questa una delle indicazioni emerse nel corso del summit a palazzo Donini tra i sindacati e gli enti soci dell’azienda unica regionale dei trasporti, in prima fila la presidente Catiuscia Marini, l’assessore alla Mobilità Silvano Rometti e i suoi colleghi di Provincia e Comune di Perugia, Luciano Della Vecchia e Roberto Ciccone. Assente il management al quale la presidente nel corso della riunione ha riservato una stoccata di fronte ai presenti: «Lì dentro c’è chi guadagna cinque volte più di me». E una volta tradotto il morbido burocratese del comunicato vergato da palazzo Donini, il messaggio al suddetto management è chiaro: la spending review varrà per tutti. Non saranno solo i lavoratori a dover stringere la cinghia e quelli che alcuni chiamano «super-stipendi» verranno tagliati.

Il messaggio Un messaggio che nella nota arriva subito dopo quello che si riferisce alla «rigorosissima azione di ricognizione di tutta la contabilità della gestione di Umbria Mobilità» svolta dalla Regione; azione «finalizzata a chiarire dove e come si è sviluppato e determinato il disavanzo economico e quali le responsabilità». Tornando al capitolo mutuo, stando a quanto riferito da Rometti e Marini le banche «hanno dimostrato disponibilità circa l’accensione di un mutuo per immettere liquidità nell’azienda». Banche che però vogliono precise garanzie, in primis un piano industriale in cui si spieghi come poi quei soldi verranno restituiti. Una partita, quella del mutuo, che gli enti locali, cioè i soci (ovvero la politica) sta giocando direttamente con gli istituti di credito.

Tavolo romano Il tavolo romano assume un’importanza strategica per un motivo semplice: più soldi di quei 49 milioni che Regione Lazio e Comune di Roma devono a UM si otterranno, più l’entità del mutuo sarà ridotta. Un’operazione da portare a termine in breve tempo. Di certo la promessa di sottoscrivere un aumento di capitale da 25 milioni è già un bel passo avanti ma non basta. Tra spending review e tagli, trovare nel portafoglio una cifra simile è impresa tutt’altro che agevole. E in più, nel 2013, occorrerà mettere le mani in tasca tirando fuori i soldi che servono per i nuovi contratti di servizio per i quali UM ha chiesto consistenti aumenti, pena il perdurare di una situazione di squilibrio strutturale.

Partner privato Quindi se una parte dei soci non ce la dovesse fare, scatta l’opzione del partner privato: «Non escludiamo – hanno detto i soci – che al termine di questo percorso possa esserci l’ingresso di partner interessati all’azienda, a condizione che si tratti di soggetti che offrano le massime garanzie di capacità imprenditoriali e finanziari». E, più che altro, che le condizioni poste dai soci piacciano al partner. Il primo «indiziato» della lista per il futuro di UM è Mauro Moretti, numero uno di Trenitalia che l’altro giorno ad Assisi, rispondendo ad una domanda di Umbria24, ha parlato chiaro: «Le cose ci interessano se ce le fanno gestire imprenditorialmente, senza logiche politiche». Nell’ipotesi la società attraverso la quale Trenitalia potrebbe entrare in UM è Busitalia-Sita Nord: una realtà dedita perlopiù al Tpl che copre 33 milioni di chilometri all’anno con mille dipendenti e 700 autobus dove nel 2010 sono state trasportate 22 milioni di persone.

I sindacati Usciti da palazzo Donini, i sindacati reagiscono in maniera differente. La preoccupazione è quella che i prestiti di Provincia e Regione, in attesa della liquidità che dovrebbe arrivare dalle banche, non garantisca a pieno gli stipendi futuri. «Siamo soddisfatti – dice a Umbria24 Giancarlo Giorgi, leader della Fit-Cisl regionale – perché gli impegni presi dai soci sono stati rispettati, anche se le responsabilità politiche vanno assunte in toto, al di là delle percentuali nel capitale sociale. Siamo invece insoddisfatti perché l’azienda è assente da tempo, specialmente sulla parte operativa: bisogna evitare le sovrapposizioni ferro-gomma e razionalizzare, ma da mesi sono assenti».

Privati sì, privati no Sul capitolo privati le posizioni sembrano essere un po’ più sfumate e morbide rispetto a quelle di alcune settimane fa: «Io dico – spiega Giorgi – che in altre realtà dove ci sono insieme enti pubblici e società private ci sono comunque difficoltà per servizi fatti fuori e non retribuiti. E’ un’opzione che non ci convince del tutto. Siamo disponibili a ragionare a tutto campo e, perché no, a introdurre nel dibattito la questione di un possibile azionariato dei lavoratori». «Non riteniamo opportuno – commenta invece Cristiano Tardioli della Cgil – far entrare nuovi soggetti, ma se proprio non se ne potrà fare a meno, vediamo chi è disponibile a sostenere l’azienda. Per quanto ci riguarda noi siamo per una società pubblica in cui la Regione sia azionista di riferimento».