di Marco Torricelli
Fuori dal coro, come si dice. A Terni per inaugurare la nuova sede del partito, la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, non si tira certo indietro se le si chiede di parlare di Ast e della vertenza che ha appena fatto registrare quello che per molti è un punto di arrivo. Ma che probabilmente non lo è.
Impegno comune A salutare Giorgia Meloni c’è anche il sindaco, Leopoldo Di Girolamo – che all’ospite dona l’ultimo libro scritto da Alberto Provantini, nel quale si parla proprio delle acciaierie ternane – e che ricorda come la presidente di Fratelli d’Italia «abbia preso parte, con grande impegno, alla mobilitazione che ha interessato anche la politica nazionale in difesa del sito produttivo ternano, contribuendo così alla sua evoluzione».
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«Italia e Europa» Quello di Ast, specifica Giorgia Meloni, «non è stato e non è un problema di politica industriale, ma tutto legato ai rapporti tra l’Italia e un’Europa che troppo spesso non ha alcun rispetto per i nostri interessi nazionali, arrivando a mettere in discussione e a repentaglio attività e produzioni strategiche e ad altissimo vlore aggiunto come quelle delle acciaierie di Terni».
«Problema rimandato» Secondo la presidente di Fratelli d’Italia «la vertenza si è conclusa con un armistizio e solo perché i lavoratori e i sindacati, unici autentici protagonisti, hanno deciso di fare un mezzo passo indietro. Purtroppo – il giudizio è netto – nel piano industriale non ci sono garanzie su nulla ed il timore è che il problema sia stato solo rimandato e non certo risolto».
Il governo Deciso l’affondo nei confronti del governo: «Si è tanto parlato, in Europa, della necessità di misure atte a garantire la presenza di un quarto competitor sul mercato dell’inossidabile e questo poteva e doveva essere Ast, ma siccome poi l’Europa non sembra voler far nulla per mantenere i propri impegni, il nostro Paese deve essere in grado di riaffermare quel principio, usando anche un linguaggio diverso ed un modo più aggressivo di porre le questioni. Cosa che non mi pare si voglia invece fare».
Public company Secondo Fratelli d’Italia «uno dei metodi che si potrebbero usare per chiamare il governo ad un impegno diverso e più incisivo – spiega Marco Cecconi – è quello di dar vita ad una pubic company che, acquisendo almeno una piccola parte del pacchetto azionario della società che è proprietaria dello stabilimento ternano, permetta l’avvio delle procedure per l’intervento del Fondo strategico italiano, così da riportare l’acciaio italiano in mani italiane». Una proposta che, però, in città sembra essere stata accolta con scarsa convinzione.
De Sio I riferimenti polemici nei confronti del governo non mancano anche nell’intervento di Alfredo De Sio – all’incontro hanno preso parte anche Franco Zaffini ed Emauele Prisco – che ha ricordato come «il presidente Renzi, che su altri fronti industriali è apparso particolarmente attivo, nei confronti di Terni si è dimostrato invece molto timido, tanto da avallare un piano industriale decisamente fumoso».
Accordo da ratificare A proposito di piano industriale e di accordo, la domanda che ci si pone è se – visto che su quella che veniva definita un’ipotesi si è svolto un referendum che l’ha poi approvata – sia necessario un passaggio di ratifica ufficiale. La risposta, questa ufficiosa, è che siccome era già in programma, a metà gennaio, un incontro di verirfica su programmi e volumi produttivi, quella potrebbe essere la sede per ufficializzare il tutto.
