di Daniele Bovi
Per i cittadini umbri, nella maggior parte già esentati, non cambia nulla, mentre non è vero che si ricorre alle prestazioni in intramoenia per evitare le liste di attesa. Dopo il caos che si è scatenato intorno all’aumento al 29%, imposto dal governo, dei ticket sulle visite in intramoenia la presidente Catiuscia Marini, insieme all’assessore alla Sanità Franco Tomassoni e al dirigente di area Emilio Duca, chiama intorno a un tavolo i giornalisti per fare chiarezza. «Prima di tutto – spiega la presidente – vorrei precisare che il cittadino trova tutto alle condizioni precedenti. Quella della visita in intramoenia infatti è un’opzione individuale, nessuno è obbligato».
Difese le fasce deboli «E non si vada dietro all’idea – dice Tomassoni – che quelli che ricorrono ad una prestazione libero-professionale lo fanno per evitare liste di attesa lunghe». A supporto del concetto la Marini snocciola numeri: «La nostra regione – dice – è tra le poche a rispettare i tempi delle prime tre fasce che impongono prestazioni in tre, dieci e sessanta giorni a seconda dell’urgenza. Le liste di attesa sono lunghe per quanto riguarda le visite programmate, quelle cioè che il medico non ritiene urgenti e che l’utente magari richiede per mille motivi. Se noi trattassimo tutti sullo stesso piano il cittadino a rischio potrebbe trovarsi in coda». Insomma, dicono all’unisono Marini e Tomassoni, «la nostra scelta ha puntato alla difesa delle fasce deboli».
I dati I dati sull’intramoenia, illustrati da Emilio Duca, parlano di circa 140-150 mila prestazioni all’anno, «mentre quelle eseguite complessivamente dalle nostre strutture ammontano ad alcuni milioni». Il 55% dell’intramoenia attiene a visite ambulatoriali, il 10% è connesso all’ostetricia mentre il 45% è spalmato sulle restanti prestazioni. Complessivamente, alle cosiddette «prestazioni erogate in libera professione» si rivolge meno del 10% dei cittadini umbri.

Questione di concorrenza Al mittente, in questo caso l’ordine dei medici, Marini e Tomassoni respingono l’assunto secondo il quale l’aumento favorirebbe la «fuga verso il privato». Secondo la presidente e l’assessore infatti ciò «è un qualcosa che riguarda i medici e la concorrenza tra di loro. Nessuna norma infatti, anche se abbiamo letto che è stato asserito il contrario – dicono – vieta ai medici di abbassare le loro tariffe, concordate con l’Azienda nella quale lavorano». Ai sindacati dei medici invece, pare pronti allo sciopero, la presidente manda a dire che «i sindacati rappresentano gli interessi generali e quindi capiscono che se non avessimo agito in questo modo tutti i cittadini avrebbero pagato di più».
La manovra Tremonti La scelta della giunta di applicare il ticket sull’intramoenia deriva da quanto accaduto nel luglio scorso con l’ormai famigerata manovra Tremonti, che imponeva alle Regioni un ticket indifferenziato di dieci euro: «Questa per noi – dice Marini – sarebbe stata una tassa sulla malattia». La Regione è chiamata a raggranellare, in totale, 10,9 milini di euro all’anno. La giunta sceglie così di procedere sulla farmaceutica e sulle visite specialistiche applicando quattro diverse fasce di reddito «garantendo così più equità». Risultato, i due terzi della popolazione umbra sono comunque esentati ma sul piatto mancano circa quattro milioni. Da qui la scelta del ticket al 29% sull’intramoenia. «Non abbiamo in alcun modo sbagliato i conti – dice Tomassoni -: il nostro provvedimento mira a tutelare le fasce deboli». «Questi quattro milioni – dice Marini – abbiamo deciso di non spalmarli su tutta la popolazione, ci sarebbe sembrato iniquo e paradossale».
Il Patto per la salute Ora la partita da giocare è quella che riguarda il Patto per la salute, dove uno dei punti cardine attiene alla compartecipazione dei cittadini alle spese: «Abbiamo esplicitamente chiesto – osserva la presidente – di riaffrontare la questione dei ticket, così che le Regioni possano avere maggiore autonomia in materia ed evitare che anche dove ci sono conti in ordine i cittadini siano comunque obbligati a concorrere direttamente al pagamento delle prestazioni sanitarie».


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