L'assessore Gianluca Rossi

di Daniele Bovi

Un anno esatto dopo le manovre tremontiane all’ottavo piano di palazzo Fioroni, sede dell’assessorato al Personale e agli Affari istituzionali, sulla scrivania di Gianluca Rossi c’è ancora una volta il dossier legato alla Provincia di Terni. Così come bisogna fare di nuovo i conti con quella che l’assessore vede come «una manovra correttiva» più che come «la spending review pensata da Padoa Schioppa». Ternano e bersaniano doc, Rossi lancia la proposta «di un nuovo regionalismo che ruoti attorno ai due poli di Perugia e Terni» e spiega che «se non ci vogliamo suicidare in Umbria servono due Province: a ciò Cal, governo e Regione dovranno lavorare». Tutto ciò in un quadro politico in pieno fermento, con il percorso tracciato da Bersani verso «l’alleanza tra progressisti e moderati», cioè tra Pd e Udc, «che non lascerà l’Umbria immune».

Stavolta la Provincia di Terni rischia di saltare sul serio, con l’anomalia di una sola Provincia il cui territorio ricalcherebbe quello della Regione. Qual è la via d’uscita che avete in mente?

Occorrerà guardare il decreto che verrà emanato ad agosto ma ora il percorso appare più chiaro rispetto a quello dell’anno scorso: ci sarà una prima proposta, che il governo invierà al Cal (il Consiglio delle autonomie locali, ndr), il quale avrà 40 giorni per valutarla, approvarla o integrarla. Dopo cinque giorni il Cal dovrà inviarla al Consiglio dei ministri che, sentita la Regione, provvederà al riordino. Dal Cal, di intesa con la Regione, servirà una proposta per rispettare i parametri evitando la sgradevole prospettiva di una sola Provincia con un territorio identico a quello della Regione. Ci vogliono due istituzioni provinciali. L’Umbria, con i suoi ottomila chilometri quadrati e oltre 900 mila abitanti è dentro i parametri fissati e può avere due Province. O facciamo così, riequilibrando, o ci suicidiamo. Noi già prevedendo due Asl abbiamo anticipato questo scenario, si tratta solo di renderlo coerente. L’accorpamento però non risolve il problema perché tornano alla Provincia funzioni che sono in parte svolte da loro e in parte dalla Regione. Tutto a scapito della semplificazione.

La spending review incide, sanità a parte, su moltissimi capitoli di spesa come le auto blu, gli affitti, il personale, le consulenze, gli acquisti e altro ancora. La Regione è pronta a reggere l’urto?

Stiamo leggendo con attenzione il decreto ma credo che l’ente Regione non avrà particolari problemi. Nei giorni scorsi abbiamo approvato la delibera sulla pianta organica del personale e siamo dentro i parametri, anche se poi andrà valutata l’uscita del 10% dei dipendenti ma non penso avremo problemi. Sugli acquisti noi già dal 2008 ci rivolgiamo a Consip, mentre sulle auto blu avevamo già intenzione di rispettarlo il decreto. Quindi non siamo assolutamente preoccupati. Altro capitolo le partecipate: è tema da approfondire ma credo che la principale conseguenza sarà l’uscita da Webred. Il capitolo affitti invece incide poco sul nostro bilancio, ma laddove noi abbiamo proceduto alla cancellazione di enti, tipo Apt o Arusia, andremo alla conseguente dismissione delle nostre proprietà. In più c’è un piano di razionalizzazione indipendente dal decreto, e dove siamo in affitto puntiamo a uscire. Il decreto però non va bene sul versante finanziario perché non aggredisce gli sprechi. Nel 2013 i ministeri taglieranno 1,7 miliardi, le Regioni la stessa cifra: è evidente che c’è qualcosa che non funziona. I tagli ulteriori a Comuni e Regioni sono tagli ai servizi. Questa è una nuova manovra, con delle ragioni fondate, ma non è la spending review pensata da Padoa Schioppa.

Lunedì su Repubblica Ilvo Diamanti traccia un quadro desolante: enti locali sempre più in declino tra federalismo a parole,  meno risorse e ri-centralizzazione delle scelte.

Condivido l’analisi, soprattutto perché ci sono due aspetti che non sono più rinviabili né accettabili: da una parte tutti si rivolgono agli enti locali, Comune in primis che è l’istituzione di prossimità, mentre lo Stato è sempre all’ultimo posto. Dall’altra c’è una campagna iniziata quando il precedente governo ha perso il controllo della situazione dopo aver sostenuto che tutto era a posto e che i ristoranti erano pieni. E questo governo non ha cambiato l’approccio secondo il quale Comuni, Regioni e Asl sono tutte indistinte fonti di spese improduttive.  Manca una visione complessiva di una moderna architettura, il problema non è stato aggredito. Comuni, Province e Regioni sono troppe in Italia: per esempio i municipi sotto i mille abitanti andavano aboliti e occorreva costringere le Regioni a riappropriarsi della loro funzione di programmazione. Pensate che il 63% dei nostri procedimenti amministrativi è costituito da erogazione di finanziamenti… Il bicameralismo perfetto inoltre non va più bene e bisogna decidere chi fa cosa. In sintesi c’è un disegno debole dello Stato, e ora si pone il problema del mantenimento dei servizi fondamentali dello Stato.

In questo scenario il suo partito, il Pd, in Parlamento sostiene il governo Monti mentre gli amministratori democratici, in giro per l’Italia, sono sul piede di guerra. La direzione è quella giusta? Cosa dovrebbe fare il Pd?

Quella del Pd è la posizione più scomoda: abbiamo anteposto gli interessi del Paese ai nostri, amministriamo molti territori e ci può essere una forte contraddizione. Ritengo però che abbiamo fatto la scelta giusta: non c’erano le condizioni per costruire un’alleanza così forte da reggere la crisi. L’attuale coalizione è fatta di soggetti eterogenei e in alcuni casi antagonisti e ciò produce le difficoltà nella dinamica parlamentare che tutti vedono. Io penso che in questo momento manchi quell’equità che era uno dei capisaldi del discorso di insediamento di Monti. Ora servirebbe un governo per rilanciare la politica industriale del Paese: l’esecutivo ha la forza per farlo? Credo che in autunno, in sede di legge di stabilità, ci sia bisogno di una riflessione.

Insomma l’atteggiamento del suo partito la soddisfa

L’atteggiamento del Pd mi soddisfa perché si comporta in modo responsabile in una situazione complessa.

Nel 2013 si andrà al voto e l’alleanza sarà, con tutta probabilità, tra Pd e Udc. A quel punto Consiglio regionale e giunta avranno di fronte a loro ancora due anni di legislatura. Reggerà il centrosinistra umbro senza sfaldarsi?

Innanzitutto credo che una nuova fase politica vada aperta e che il quadro umbro, come gli altri, sarà posto a verifica una volta che cambiasse lo scenario politico nazionale. Io non ritengo che il problema sia reggere l’urto: la strada indicata da Bersani, se porterà al successo, non potrà che far bene. Penso che sia utile al Paese e che sia la prospettiva a cui il Pd deve lavorare.

Un successo che taglierebbe fuori l’Idv

Il problema è dell’Idv, ma bisogna anche essere rispettosi della volontà degli elettori che in Umbria hanno votato una maggioranza e un programma. Se si assesta questo quadro nuovo a cui io guardo favorevolmente, l’Umbria non può pensare a quello come a una cosa lontana che non la riguarda. Non butteremo a mare nessuno, niente trasformismi o cose incomprensibili, ma di certo nulla rimarrà immune. E’ poi vero che noi dobbiamo essere coerenti, ma anche gli altri che sono all’opposizione del governo Monti e al governo in Umbria dovranno spiegare come si metteranno in coerenza rispetto a quel quadro.

Intanto le tensioni sulla riforma della sanità e non solo si scaricano dentro il Pd, dentro i consigli comunali e le giunte di molte città umbre. Che sta succedendo nel suo partito?

Questo è l’effetto di una classe dirigente frammentata e molto costruita sul particolare cercando di grattare la pancia ai cittadini delle varie città. E’ un problema per il processo riformatore e per il governo delle città. La mia proposta è aprire una nuova fase del regionalismo umbro. Stop al dibattito sterile su policentrismo sì o policentrismo no: c’è la necessità di fare un ammodernamento all’architettura del Paese e dell’Umbria. Il policentrismo rimarrà una ricchezza a una condizione: che i satelliti girino intorno alle due città principali, Perugia e Terni. E’ intorno alle masse critiche che puoi valorizzare tutto il resto. Ci vuole un’idea radicale e nuova.

Nei giorni scorsi un’associazione importante e rappresentativa come Confesercenti, dopo gli ennesimi numeri durissimi che raccontano la crisi, ha mosso una critica al governo della Regione: troppa lentezza sulla riforma delle agenzie. E’ così?

Io in questo ci vedo un equivoco: il grido di dolore, al quale mi unisco, è reale ma ho sempre capito poco perché si associano le risposte a quelle problematiche complesse al riordino di Sviluppumbria, perché tanto tutto gira intorno a qui. Che questa vada riordinata e resa adeguata alla nuova fase drammaticamente diversa è ovvio, ma non basta. E’ una difesa debole pensare che il riordino possa essere la madre di tutte le soluzioni. Come unico strumento io ho le risorse comunitarie e non c’è uno straccio di provvedimento per il rilancio industriale del Paese, cosa che invece in Francia Hollande sta facendo. E non penso ai finanziamenti pubblici ma al come coniugare la libertà economica salvando le prerogative e le aziende di questo Paese e dell’Umbria. Per il momento abbiamo affrontato questo stato di cose con le armi spuntate. Bisogna affrontare tutto con un’ottica complessiva e diversa.