di Daniele Bovi
Un vestito su misura dei partiti che siedono in consiglio regionale; una legge fatta non tanto per i cittadini quanto per conservare il proprio posto. Storici e costituzionalisti bocciano la nuova legge elettorale varata nelle scorse settimane dall’assemblea legislativa umbra. Della legge si è parlato mercoledì al Dipartimento di giurisprudenza nel corso di un incontro organizzato dagli studenti di Idee in movimento. A dare i voti Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato a Scienze politiche, Carlo Calvieri, che insegna Diritto pubblico a giurisprudenza, Giovanni Belardelli, professore di Storia delle dottrine politiche a Scienze politiche e Mauro Volpi, docente di Diritto pubblico comparato a giurisprudenza.
Poco da salvare Del testo votato dal consiglio regionale c’è poco, pochissimo da salvare, ovvero l’abolizione del listino del presidente e del voto disgiunto, «elementi di incoerenza in una legge elettorale che invece una sua coerenza dovrebbe avercela» spiega Clementi. Calvieri, insieme a Clementi non certo due figure lontane dal Pd, ha parlato di «molte miserie e poche nobiltà», di una legge che tende ad escludere più che a includere, fatta «contro alcune forze politiche». Calvieri non è per nulla convinto neppure dalla preferenza di genere: «La garanzia di una rappresentanza di questo tipo – spiega – non esiste per nulla se nelle liste inserisci personalità non proprio di spicco». «Il problema – conclude – sta nella democraticità della classe dirigente e nella selezione di essa».
COSA PREVEDE LA NUOVA LEGGE
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L’analisi Un problema, quest’ultimo, sottolineato nel corso di molti interventi. Clementi ha fatto un’analisi delle leggi con le quali le sette regioni (Umbria, Marche, Veneto, Liguria, Puglia, Campania e Toscana) andranno al voto il 31 maggio prossimo. Un quadro che restituisce l’immagine di una babele elettorale grazie alla facoltà, concessa alle regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, di disegnare ognuna la legge preferita. Una situazione dove ovviamente il contesto politico, sociale, economico e gli interessi dei partiti giocano un ruolo decisivo. Fatto sta che sette regioni presentano sette sistemi differenti. Sei hanno deciso di dotarsi di nuove regole, mentre solo la Liguria andrà al voto con quelle vecchie. Campania, Puglia, Veneto e Toscana hanno il voto disgiunto, le altre no, mentre centrale è il tema del premio di maggioranza.
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I premi «Una soglia minima – dice Clementi – deve esserci altrimenti la ‘disproporzionalità’ può essere eccessiva», con il risultato che a uscirne compressa è la democrazia. In Puglia il premio è variabile a seconda della percentuale raggiunta (29 seggi con il 40 per cento, 28 tra il 35 e il 40 per cento e così via). Altri meccanismi sono stati studiati da Toscana, Marche e Veneto mentre Umbria e Campania (e questo, nel Cuore verde, è il punto più contestato da chi critica la legge) non l’hanno previsto, anche se quest’ultima ha stabilito che chi vince non potrà comunque ottenere più del 65 per cento dei seggi. Variabili anche le soglie di sbarramento, mentre la Toscana è l’unica ad aver scelto la via del secondo turno. Clementi applaude: «Un fatto positivo – osserva – che è lo standard delle maggiori democrazie, mentre in Italia fatica ad affermarsi».
LE SIMULAZIONI: ANCHE CON L’8% SI RISCHIA DI RIMANERE OUT
Seggio in regalo Volpi ha invece sottolineato come la rappresentatività sia troppo sacrificata a favore della governabilità e nel suo mirino finisce anche il «premio ai cespugli», ovvero il fatto che se in coalizione per eleggere basta il 2,5 per cento, mentre a chi correrà in solitaria, stando alle simulazioni, potrebbe non bastare il 7 o l’8 per cento. Dure critiche, da parte di tutti, anche a quello che è un unicum a livello nazionale, ovvero il «premio di minoranza» grazie al quale a chi arriva secondo viene garantito un seggio che viene scorporato da quelli (in tutto 8 mentre 12 andranno alla maggioranza) a favore della minoranza. «È un regalo – dice Calvieri – poco giustificato». O meglio un motivo c’è. Il premio di minoranza è stato lo strumento attraverso il quale tre esponenti della minoranza (Fi, Ncd e FdI) hanno deciso di approvare una legge che altrimenti sarebbe passata solo con i voti di Pd e Psi.
Consociativismo «È un voto – attacca Belardelli, autore settimane fa sul Corriere della Sera di un articolo molto duro contro la legge – bassamente consociativo che pone il problema della qualità modesta del nostro ceto politico. In questo caso chiedono di essere i migliori perdenti. Il tutto nell’ambito di una legge fatta per conservare il posto e che ha un forte carattere di strumentalità». Belardelli ha poi ricordato le parole del Pd locale a favore della soglia minima «ma poi alle parole non sono seguiti i fatti e il perché è semplice: pensavano di non raggiungerla e poi che tutti si sarebbero coalizzati contro di loro in un eventuale secondo turno». Sulla legge ora dovrà esprimersi, il 4 giugno, il tribunale civile di Perugia che esaminerà il ricorso presentato dal Comitato per la democrazia. L’ipotesi più probabile è che il fascicolo venga spedito alla Corte costituzionale che dovrà poi esprimersi su quello che è stato ribattezzato l’«Umbricellum»
Twitter @DanieleBovi
